INTERVISTE

GENDER SHOW- Fare i conti con la propria identità (e farne un’arte)

gender show

15.00 Teatro Ca’ Foscari
A cinque ore dallo spettacolo della compagnia Atopos The Gender Show – Teoria del gender questo sconosciuto (singolare maschile)“, si svolge un meeting tete-à-tete tra registi, attori, filosofi e studenti coordinato da Maria Ida Biggi, docente di Ca’ Foscari di storia, teoria e tecnica teatrale.

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La locandina dello spettacolo

Sergia Adamo una teorica e docente di Trieste al Gender Show

Il gender: uno degli argomenti più discussi da qui a tre anni in Italia, ma  decisamente non nuovo in ambito teorico, filosofico e scientifico.
Nel 1949 l’esistenzialista francese Simone de Beauvoir scrive nel libro “Il secondo sesso”:

donna non si nasce ma si diventa.

Solo negli anni ’80 si prese in considerazione questa frase come spartiacque tra BIOLOGIA (femmina) e EMOTIVITA’ (donna), costruendo una differenza tra sesso e genere.
La determinazione del sesso non è così semplice neanche dal punto di vista clinico: quando nasce un essere umano, viene detto “è maschio” o “è femmina” in base all’anatomia dei genitali esterni. Non viene presa in considerazione l’anatomia dei genitali interni: la dimensione cromosomica, propria dello sviluppo e che quindi interviene più tardi, può portare a una non coincidenza tra esterno-interno.

“Maschile e femminile sono due estremi teorici di uno spettro che ha al suo interno una grande varietà di possibilità che l’individuo può avere il desiderio di scegliere.
Al contrario l’idea che maschile e femminile siano disposti in opposizione binaria, genera una violenta esclusione per tutti coloro che non rientrano nei parametri canonizzati.”

Livia Ferrachiati regista transgender della compagnia The Baby Walk

“Il progetto iniziale dei miei spettacoli della “Trilogia dell’Identità” era mettere in scena la transizione fisica, tramite assunzione di ormoni e chirurgia: solo poi il soggetto è diventato il riappropiarsi del genere di cui siamo stati privati al momento della nascita, con l’attribuzione operata da altri di un genere prescelto.”

I transgender non trovano ospitalità nella società. Devono preoccuparsi sempre anche solo del parlare al maschile o al femminile, devono sempre “approfondire” la loro storia con gli altri, per farsi capire in minima parte. L’esperienza di Livia è nata con il guardare documentari su bambini transgender, dotati di una naturalezza e spontaneità che fanno apparire la loro questione una non-questione. “C’è bisogno di questo, di storie estremamente ordinarie. Perchè tutto si riduce all’essere persone.”

Nel suo teatro l’improvvisazione è fondamentale: essa sta al centro della vita dei transgender, che ogni giorno improvvisando devono costruirsi la loro identità di genere, scegliendo nuovi percorsi e nuove strade che li aiutino in un’integrazione con la società circostante: il problema non è l’esserci ma l’essere riconosciuti.
Seguire le norme culturali del genere è un fattore di riconoscimento: con questa idea Lidia si difende dalle accuse di aver introdotto molti atteggiamenti stereotipati maschili all’interno del suo spettacolo Stabat Mater:

“(gli stereotipi) sono leciti. Si sente il bisogno di rientrarvi affinchè le persone esterne ti riconoscano. E’ una questione di comunicazione”.

 Marcela Serli, regista della compagnia Atopos

“Sono una femmina biologica, ma 7 anni fa l’incontro con un trans mi cambiò la vita”.

Studiando capì come fosse un fenomeno su larga scala (120 milioni nel mondo, 2 Italia). Sostiene Umberto Veronesi: l’uomo e la donna stanno progressivamente smettendo di produrre testosterone ed estrogeni. L’ambiguità e l’androgenia saranno sempre più frequente.
L’incontro con la questione del gender le ha permesso di sperimentare nuovi linguaggi e nuove strutture teatrali: è fondamentale l’idea di estetica in quanto scelta di stile provocatorio con corpi decisamente politici .

Con Atopos non facciamo drammaturgia, ma sdrammaturgia. E’ una scelta di rottura che si manifesta attraverso il corpo, poichè è attraverso il corpo che si viene riconosciuti. E’ un teatro che spiazza e porta ad un caos consolatorio.”

“Quando a milano ho fatto la prima al Franco Parenti, ci sono state varie e-mail di critiche e minacce da parte di persone che non si sarebbero più abbonate al teatro, poichè il messaggio dello spettacolo era fondamentalmente “il sesso è un’opinione”. Ero mortificata, ma il Franco Parenti no: era felice di aver perso quella fetta di pubblico, appoggiando a pieno l’attività della mia compagnia.”

Antonia Monopoli, attrice nel Gender Show, consulente

Si occupa a Milano dello sportello per giovani e adulti trans o confusi ascoltandoli e dando loro consigli: accoglie 150 persone l’anno all’interno del suo servizio e le accompagna nel loro percorso di transizione e di ricerca dell’identità.

“Spesso sono accompagnati dai loro amici. Quando si ha 20 anni è più facile parlare con un amico, il linguaggio è lo stesso e le dinamiche pure. Con un genitore c’è più difficoltà a livello terminologico e comunicativo. Mi capita di proporre incontri tra la persona e il proprio genitore, facendo da mediatrice.
Sono tanti i casi in cui i figli vengono cacciati di casa.”

Nicole De Leo, Presidentessa del MIT (Movimento Identità Transessuale) attrice nel Gender Show

“I trans sono sempre esistiti, ma mai stati documentati storicamente. Sono solo stati raccontati da altri. In questi anni abbiamo la fortuna di raccontarci da soli. Diceva Majakovskij: il teatro non è specchio che riflette ma lente che ingrandisce.

Ci racconteremo con il teatro, che non si riduce solo al fare teatro, ma al fare la storia“.

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Da sinistra a destra: Maria Ida, Livia, Sergia, Marcela, Nicole, Antonia

Olimpia Peroni

Autore: Olimpia Peroni

19 anni, studentessa di lettere alla Ca’ Foscari. Osservo, leggo, recito, ascolto musica e persone, tra una cosa e l’altra scrivo storie e rime per costruirmi una certa idea di mondo.

GENDER SHOW- Fare i conti con la propria identità (e farne un’arte) ultima modifica: 2017-11-13T10:13:49+00:00 da Olimpia Peroni

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