Una mostra che avvicina gli storici musei veneziani alla crescente offerta della terraferma. Il simbolo di questa nuova proposta è la sensuale Giuditta di Gustav Klimt che, fino al 14 febbraio 2027, ha traslocato da Ca’Pesaro agli spazi di piazzale Candiani a Mestre. Si porta dietro diverse opere praticamente mai esposte, provenienti dai preziosi magazzini veneziani, oltre che prestiti da prestigiosi spazi espositivi europei (Madrid, Vienna, Budapest, Los Angeles e altri). Una mostra piccola, ma concentrata, di capolavori. A ”dar voce” a Gustav Klimt, Egon Schiele, Oskar Kokoschka e soci, la Fondazione Musei civici di Venezia, un affiatato gruppo di lavoro, coordinato dalla curatrice dell’evento.
Elisabetta Barisoni, intanto che novitá porta questa nuova mostra?
Siamo cambiati noi ed è cambiato anche il luogo, perché adesso siamo in un museo propriamente della fondazione; é il 14º museo civico, dedicato totalmente all’arte contemporanea. Muvec è la casa delle contemporaneità a Mestre. Portiamo una mostra sul mito di Giuditta nell’arte, in vari periodi artistici, attraverso le nostre collezioni. E’ una grandissima emozione riportare la Giuditta di Klimt dopo 10 anni in questo luogo, che però è cambiato, grazie anche al team che rappresento, un gruppo che si è appassionato molto a questo progetto.
Come si sviluppa il percorso della mostra?
E’ un percorso dedicato al corpo, quindi quando voi vedete la Giuditta di Klimt, non guardate l’oro e la ricchezza delle decorazioni, benché la Secessione fu un periodo magico dell’arte viennese, fatto di decorazioni, di patchwork. Bisogna guardare anche la bellezza; questa volta dobbiamo guardare il corpo. Perché Giuditta rappresenta anche una donna volitiva, con queste mani che sembrano artigli, ma anche una donna moderna, nervosa. Siamo nella Vienna nel 1900, quando Klimt inizia a fare la sua rivoluzione visiva. E a Vienna c’era un signore che si chiamava Sigmund Freud, che stava analizzando una cosa che per millenni nessuno aveva pensato di analizzare, cioè l’inconscio, e ragionava anche sul rimosso, il rimosso sensuale della nostra epidermide, del nostro corpo, di questo oggetto che ci portiamo addosso da quando nasciamo a quando moriamo. È questo il senso della mostra.
E poi c’é anche molto spazio per Egon Schiele e altri…
Siamo partiti da un altro capolavoro, un’altra donna. Schiele è un seguace, un allievo di Klimt nello scavare il corpo, ma lo scava in un modo ancora diverso, perché sono dei frammenti, dei tagli, dei corpi nudi. Il percorso parte da loro due, ma vi condurrà, spero con la stessa passione che abbiamo avuto noi nel concepirlo, anche attraverso gli anni Venti e Trenta, quelli delle dittature. Sovietica, nazista e fascista, che hanno in comune una visione del mondo dove c’è l’uomo nuovo che ha anche un corpo nuovo. Allora il corpo non può piú essere sensuale, volitivo oppure scarnificato, ma deve essere un corpo sano, normalizzato. Fortunatamente i capolavori che conserviamo a Ca’ Pesaro ci hanno consentito di fare un affondo su quegli artisti italiani che sfuggirono alle maglie di queste dittature. Poi ci sono anche Cagnaccio di San Pietro, Casorati e De Pisis, che fa un corpo di uomo. Corpi che non sono così trionfali o monumentali, sono imperfetti, come lo sono i nostri corpi, alla fine.
Ma ci sono anche diversi artisti piú vicini ai nostri giorni!
Finiamo con la sezione per la quale ringrazio gli archivi della Fondazione Manzoni, sono gli anni Sessanta e Settanta. Quando gli artisti non si sono peró dimenticati di Schiele. Abbiamo arte di performance, body art, vedrete il Klein che dipinge il ventre, i seni e il pube delle donne per usarle come pennello. Piero Manzoni, quello della merda l’artista, invece firma il corpo delle modelle con le sue sculture viventi. E poi si arriva a Gina Pane, Ana Mendieta, la body art più politica, nel senso che siamo negli anni 70 e l’arte è sempre politica. E parliamo di politica anche quando Gina Pane fa le azioni in cui si taglia e tinge di rosso dei mazzi di fiori. Il corpo é usato come messaggio, come mezzo, non è violenza, è poesia, è il desiderio di essere guardati e di essere amati. La body art è “guarda il mio corpo e amami”. E dal fascino deriva anche una riflessione sul nostro tempo, perché penso che il corpo della donna non è perfetto, non c’è una normalità nella propria sessualità e fisicità. Ecco, questo spero sia un tema che passa da questa mostra, anche alle nuove generazioni.
Qual è stata, come curartice, la difficoltà maggiore di raccogliere e scegliere queste opere?
Una difficoltà è stata per esempio nel scegliere alcune opere che non fossero del Klimt ritrattista sociale -intendiamoci bene fantastico pittore- ma Klimt a detta non solo mia, è molto forte nei disegni perché si sente più libero. I tre principali artisti presenti sono tutti grandissimi disegnatori. Volevo gli acquerelli, i disegni in cui Klimt esprime forse con più forza il questa scarificazione del corpo e dell’inconscio. Mi è sembrato che siamo riusciti a esprimere, spero, questi diversi punti di vista sul corpo, anche grazie al fatto che anche in Italia abbiamo avuto grandissimi artisti.
Infine, Elisabetta Barisoni, cosa sta bollendo nella pentola del Muvec?
Stiamo già lavorando per la mostra dell’anno prossimo! Parleremo di Felice Casorati. Per la prima volta, dopo Kandinsky, Chagall, Matisse, Munch -e questa volta Klimt, Schiele e Kokoschka- parleremo di un italiano, presente per altro anche in questa mostra.

