Il suo ultimo album Errantes, pubblicato dalla veneziana Caligola Records, è intriso di fascinose atmosfere rarefatte, a cavalo tra il jazz e l‘ambient. Stiamo parlando di Stefano Maria Ricatti, classe 1951, nato nel vicentino, da tempo risiede nel Veneziano e più precisamente a Dolo. Di musica si occupa praticamente da sempre: laureato in etnomusicologia a Ca’Foscari, cantautore (ascoltare l’album Blu del 1993), voce originalissima, talentuoso chitarrista, compositore di musiche per il teatro, per la danza, di opere radiofoniche, cortometraggi e audiovisivi. Ma anche autore di racconti e progetti teatrali e di numerose produzioni di video didattici, ecologici ed etno-geografici.
La sua carriera inizia con l’esperienza etnomusicale del Nuovo Canzoniere Italiano (Della Mea, Marini, Pietrangeli). Poi, negli anni Settanta, con Gualtiero Bertelli, Dante Borsetto e Igor Korman, fonda la Coop Nuovo Canzoniere Veneto (di cui è presidente), per la ricerca e riproposta della musica popolare e d’autore; con il gruppo Camerabanda si cimenta invece con il folk progressivo di impostazione jazzistica.
Vanta collaborazioni con RAI, Teatro Stabile del Veneto, Biennale di Venezia e Piccolo Teatro di Milano.
Dal 1993 opera con il Ricatti Ensemble, con musiche proprie e diversi CD realizzati; ha anche partecipato con successo alla prestigiosa rassegna d’autore del Club Tenco di Sanremo.
Ora, con Errantes, Ricatti sembra ridadire la sua attuale propensione ad atmosfere un po’ più rarefatte e jazz, è così?
Sì, è così, e premetto che amo moltissimo questo disco. E’ una raccolta di emozioni, che racchiude emozioni di parecchi anni e anche di tecniche compositive. Di conseguenza lo sforzo era nel trovare il modo di tradurre dei miei stati d’animo su un metodo compositivo che contemplasse gli strumenti che avevo intenzione di usare, grazie anche alla collaborazione con musicisti che mi seguono ormai da 30 anni. Siamo arrivati a momenti di sintesi, ma siamo stati anche molto aperti ad improvvisazioni. Quindi un rapporto dialettico tra la parte scritta e quella improvvisata, soprattutto del sassofonista e del sottoscritto, ma un un po’ di tutti i componenti, in modo da dare a ognuno la possibilità di mettere all’interno emozioni partite dal compositore, ma che diventano via via comuni durante l’allestimento dei vari modi di vivere i pezzi da me scritti.
Errantes è molto diverso dall’altra sua anima, quella cantautorale, come mai?
E’ una cosa completamente diversa. Quella parte l’ho praticamente abbandonata, anche se è stata importante. Un po’ mi era richiesta, un po’ me la portavo dietro da quando avevo 20 anni. Tra l’altro era nata in un periodo particolare degli anni Settanta, quando c’era stato il golpe in Cile nel 1973 e io ero molto giovane. Allora vivevo a Milano e fui molto scosso da quell’esperienza terribile, con quei 5000 torturati allo stadio. Avevo avuto modo di ascoltare delle canzoni di Victor Jara, che mi aveva veramente commosso per come usava la sua poesia e la sua musica per raccontare delle storie sociali. Quello mi ha cambiato abbastanza la vita, se non per sempre almeno per un bel po’…
Che significato ha l’impegno sociale che accompagna la sua carriera musicale?
Il mio impegno di cantautore era nato un po’ per dare il mio minuscolo contributo al canto sociale. Poi, crescendo nel contempo come musicista, ho fatto varie esperienze di “musica assoluta” senza testi e ho capito che probabilmente era la parte di me più più verace. E anche per un problema che io trovo spesso irrisolto, tra la componente che deriva dalla parola e quella che deriva dal suono puro. E penso che per forza di cose la parola possa togliere potenziale all’espressività del tutto astratta della musica. Questo, ovviamente, senza rinnegare il mio percorso; magari un giorno tornerò anche a scrivere qualche canzone…
Come sta vivendo il cambiamento epocale che c’è nel mondo della musica, sempre più “liquida”?
Eh… qua ribadirò che sono vecchio: ho ancora tutti i vinili, che ascolto col vecchio giradischi Thorens. Anche se poi, in realtà, anch’io ascolto musica attraverso le nuove metodologie; ascolto spesso una radio di New York che trasmette del jazz meraviglioso, senza pubblicità, dove vengono fuori anche i titoli e gli autori, per cui quando una cosa mi interessa particolarmente vado a cercarmela. Basta non restare prigionieri della tecnologia, ecco! Quindi io sono l’uno e l’altro, sono molto analogico e però comprendo anche l’utilità di avere accesso a portali senza i quali sarei escluso da fenomeni importanti.
Un altro cambiamento in atto è quello di dove si suona: sembra sia sempre più difficile trovare locali dove non ci siano solo coverband!
Questo è un vero dramma; è vero quello che lei dice, cioè è sempre più difficile, specie per certa musica, arrivare a un pubblico, non perché manchi un pubblico (a me per fortuna non è mai mancato di fatto il pubblico), ma l’accesso al pubblico. Mancano cioè i passaggi per far arrivare il pubblico ad ascoltare un certo tipo di musica. Ma ogni volta che ci riusciamo il pubblico è molto contento e questa è la contraddizione. Mancano gli intermediari. Ho una certa età, ho suonato tantissimo in varie situazioni, per cui ho fatto il mio percorso, ma mi dispiace molto per quelli più giovani, che magari ce la mettono tutta, ma non hanno spazi per esprimere idee e possibilità espressive: secondo me questa è una perdita per tutti.
In conclusione chiediamo a Stefano Maria Ricatti a che cosa sta lavorando in questo periodo.
Sto scrivendo moltissimo e sto preparando dei materiali, perché a settembre cominciamo a lavorare su un progetto nuovo e intanto i miei Giannizzeri sono in giro a portare la nostra musica in vari luoghi. Ho due pezzi che mi sembrano interessanti e perfino divertenti, almeno così mi sembra, con armonie abbastanza azzardate, sempre tra il modale te il verticale, diciamo così.

