Sulla scena musicale italiana da oltre mezzo secolo, molti ricorderanno il nome di Massimo Altomare abbinato a quello di Francesco Loy, in un duo iconico che negli anni Settanta, con soli tre album all’attivo, lasciò il segno nel panorama nazionale. Dopo l’esperienza Loy & Altomare, dagli anni Ottanta ha avviato un proficua carriera solista, all’insegna della poliedricità e dell’impegno. Recentemente è tornato nel Veneto (è nato a Verona nel 1951) per un concerto nel Padovano, a Tombolo, organizzato da Vannuccio Zanella dell’etichetta M.P.& Records.
Cosa ha rappresentato per Massimo Altomare e che ricordi hai del periodo in duo con Francesco Loy?
Chiaramente chiunque ha un bel ricordo di quando aveva vent’anni. In quel caso è ancora amplificato, perché non è solo il fatto di pensare ai miei vent’anni, che sono stati straordinariamente fortunati, perché in quel momento il mondo credeva nel bene e che si potesse arrivare ad una pace definitiva. Non si conoscevano molte cose, oggi l’informazione ci fa vedere molto di più e noi capiamo anche di più. Per quanto riguarda la musica, era un periodo straordinario: eravamo talmente forti come giro di giovani, allora si chiamava Movimento, e c’erano musicisti straordinari. Parliamo di artisti che oggi sui social sono considerati delle divinità.
Ricordi straordinari anche per quanto riguarda i concerti, che allora erano quasi sempre delle rassegne di vari gruppi insieme, come Loy & Altomare, Finardi, gli Area, Branduardi e molte altre situazioni musicali che evolvano in questi festival, molti dei quali erano organizzati dai Radicali. Poi c’erano le tournée. Noi abbiamo fatto per esempio da spalla al gruppo veneziano Le Orme. Abbiamo viaggiato tutta l’Italia, con un sacco di date. Era un’altra vita, un’altra gioventù. E non eravamo come oggi, che si tende a creare degli idoli. Allora gli idoli si “tiravano giù”, un musicista faceva parte di noi. Basta vedere, per esempio, nel film su Dylan, che critiche gli furono fatte quando passò alla chitarra elettrica, appunto perchè era uno di loro e se tu facevi qualcosa che non piaceva, il pubblico non scriveva un post, ma si faceva veramente sentire. Insomma un periodo straordinario con ricordi straordinari.
Sei veronese di nascita, qual è il tuo rapporto con il territorio che ti ospita oggi?
Non ho più molti rapporti con il Veneto. Con Le Orme ho avuto ottimi rapporti. Grandi professionisti, molto simpatici. In realtà sono figlio di un barese che lavorava alla dogana di Verona, quindi non ho delle radici venete. I miei fratelli erano nati a Genova, perché mio padre girava e la mia vita musicale è iniziata quando non ero già più a Verona. In Veneto ero ancora un ragazzino.
Ricordo che c’era un locale famoso, il Piper Club, poi c’era il Verona beat (anche canzone dei Gatti di Vicolo Miracoli). E Umberto Smaila dei Gatti era in banco con me alle elementari. Poi qui ho iniziato a suonare, ma ho iniziato a comporre nel 1969 (avevo 18 anni) quando sono stato a Londra. Lì ho cominciato un’altra vita: vedere i King Crimson che presentano In the court of the Crimson King alle 2 di notte in un teatro di Londra… ho detto tutto! C’erano delle situazioni incredibili: Elton John ad Hyde park che suonava con un pianino ed erano pochissimi a starlo a sentire. Sono stati anni importanti. Una volta andato via da Verona ci tornavo solo per andare a trovare mia madre e ci ho pure suonato poche volte. Forse è vero che nessuno è profeta in patria, perché a Verona ho avuto poche richieste di esibirmi.
Il tuo repertorio è molto vario, con una profonda vena cantautorale, una forte dose di ironia (le poesie di Maraini), ma hai rifatto anche standard del passato…
Quella era una cosa che era stata resa possibile per la presenza di Stefano Bollani, che è un genio, un musicista straordinario. C’è stato quest’incontro tra me e lui e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto fare un concerto su quel periodo e lui già conosceva molte cose. Abbiamo allestito un trio jazz e ne è uscito uno spettacolo e poi un disco (Abbassa la tua radio) con altri musicisti. E’ stata una grande esperienza e mi sono molto divertito. Con Bollani ho fatto anche tre spettacoli, uno dedicato allo swing, uno agli anni Cinquanta ed uno con le poesie di Fosco Maraini.
Capitolo a parte merita l’esperienza con i detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano, puoi raccontarla brevemente?
Un’esperienza che ha portato anche due album, uno di rap, che si chiama Otto. Rap però non soltanto con le basi, perché ci sono sempre delle cose suonate dal vivo. Un po’ come fa Salmo, quando va in giro a suonare col gruppo. E poi un altro album,che intitolato In/Out, al quale tengo anche di più, perché ci sono molti altri ingredienti oltre al rap. Ma soprattutto sto lì tutte le settimane a provare e a suonare. Ed è un impegno non facile, soprattutto per le condizioni in cui versa quel carcere.
In conclusione quali programmi futuri ha Massimo Altomare?
Il futuro è un’incognita, nel senso che ho chiaramente intenzione di andare avanti con Sollicciano. Ho scritto molte canzoni nuove e mi piacerebbe fare un disco di inediti, mi diverte mischiare, infatti non ho mai amato essere chiamato cantautore, perché questo ruolo mi pesa, voglio poter variare. Però sicuramente progetti ne ho, ma anche per scaramanzia dico “vediamo un po’ che succede”… questo è il futuro!

