Seguendo le orme di Tony Pagliuca e delle sue tastiere oltre il rock

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Seguendo le orme di Tony Pagliuca e delle sue tastiere oltre il rock

Pagliuca e la sua fisarmonica

Tony Pagliuca come musicista è sempre andato “oltre”. Negli anni Sessanta andò oltre il beat, con il complesso Gli Hopopi, negli anni Settanta e Ottanta andò oltre il progressive con le Orme, e dagli anni Novanta, come solista, è sicuramente oltre il rock. Nato a Pescara nel 1946, ma trasferitosi da bambino con la famiglia a Mestre, Tony e le Orme conobbero il successo con “Senti l’estate che torna”, del 1968, che li catapultò alla ribalta nazionale, al palco del mitico Piper e ai programmi della Rai. L’anno seguente è la volta del primo album Ad gloriam, titolo che la dice lunga su quanto credessero in quest’operazione (“per la gloria, non certo per i soldi”). Il disco segnò comunque il passaggio dal beat al rock ed in particolare al progressive, genere che stava già spopolando in tutt’Europa. Risultato: quattro album di fila che sono nella storia: “Collage” del 1971 (considerato il primo disco prog italiano), “Uomo di pezza” 1972 (con l’hit “Gioco di bimba”), “Felona e Sorona”  1973 (concept a tema fantascientifico) e “Contrappunti” del 1974 (con il maestro Gian Piero Reverberi).
Altra svolta nel 1976, con l’ingaggio del chitarrista trevigiano Tolo Marton e il disco Smogmagica, inciso a Los Angeles e che contiene un dichiarato omaggio ai Pink Floyd (Laserium Floyd). In questi anni uscirono quattro album d’impronta rock melodico-classicheggiante e ci furono anche due partecipazioni al festival di Sanremo, nel 1982 con Marinai e nel 1987 con Dimmi cos’è. Il successo non fu quello sperato e successive tensioni interne portarono all’uscita di Pagliuca e Tagliapietra, che intrapresero proficue carriere soliste.

Al termine di una disputa legale, il nome Orme restò a chi era rimasto nel gruppo, il batterista Dei Rossi, ma i fans si dividono ancora sul fatto che le Orme di oggi abbiano lo stesso fascino di quelle del periodo prog. Non potendo usare il nome Orme, nel 2010 il trio “Tagliapietra Pagliuca Marton” partecipò con successo ad un festival prog a Roma, ma l’esperienza non ebbe purtroppo un seguito. Recenti, benchè parziali, reunion fanno comunque sperare gli ammiratori più tradizionalisti in un ritorno agli antichi fasti.

Un cd di Pagliuca
La copertina di un cd realizzato da Tony PAgliuca


Negli anni Novanta, comunque, la decisione di Tony Pagliuca di suonare per proprio conto, o meglio di rimettersi in gioco con altri musicisti ed altri generi, sempre all’insegna di una grande e sincera passione, che lo porta a continuare tutt’oggi a far concerti e a produrre musica (una decina gli album uscito a suo nome). Nel 1998 la San Paolo Audiovisivi gli commissiona un’opera di musica sacra, La Messa di Natale del Giubileo 2000, che diventa nel 1999 il cd La notte della stella. Nel settembre 2003 si esibisce a Venezia in una rielaborazione in chiave jazz di Pictures at an exhibition di Modest Mussorgsky, insieme al Massimo Donà Quintet. Nel 2021 Tony sorprende ancora con il cd e relativo tour Rosa Mystica, ripropone la preghiera dell’Ave Maria in varie versioni, cantate e declinate musicalmente con diversi ritmi e generi musicali.

Pagliuca Tastiera

Partiamo dall’inizio, che ricordo ha Tony Pagliuca dell’aria che si respirava negli anni Sessanta nella “Swinging Mestre” e dei primi concerti al Big Club?

Fa piacere sentir dire che anche Mestre era una delle capitali del beat, ma chissà cosa dicevano per esempio a Genova (dove sono  nati i New Trolls) o a Milano: bisogna anche sfatare questo fatto dei tanti gruppi che suonavano, ce n’erano in tutt’Italia. Il fermento degli anni Sessanta è esploso in tutto il mondo, certamente alcune città sono state più fortunate. Il Big Club è stato importante per noi ai primi passi. Io avevo ancora la fisarmonica e quando ho avuto l’opportunità di suonare lì con il gruppo (ci chiamavamo Ciao Amici) nella stessa  serata degli Uragani, non avevo l’organo e me lo prestò il loro tastierista Erminio Baso, La volta dopo lo noleggiai. Certamente era un ritrovo importantissimo per tutti, si faceva musica dal vivo, quella musica che era l’alternativa alla radio e alla televisione. E’ un ricordo bellissimo, sembra di aver vissuto in un sogno, in un’altra vita, perché tutto era molto diverso da adesso. Erano le prime esperienze con la musica e con i ragazzi che venivano ad ascoltarci. Un ricordo indimenticabile che rimane nitido nella mente e nel cuore.

Nella tua autobiografia dedichi molto spazio al viaggio che faceste nel 1969 fino al festival dell’isola di Wight. Fu un’esperienza così importante?

Sì, Wight è stata la conferma di ciò che avevamo intuito, cioè che volevamo trovare altri spazi per la musica, che nei dischi tradizionali all’italiana era fatta con strofa e ritornello. Noi eravamo giovani, ribelli e volevamo cambiare il mondo; abbiamo fatto quello che quasi tutti i musicisti già suonavano all’estero, cioè introdurre l’assolo, la parte improvvisata, quella componente jazz che dava un po’ di vitalità al disco, che all’epoca era “perfetto”, fatto magari da grandi orchestre, però mancava di quel taglio live ed elettrico nuovo: avevamo bisogno di sentire la batteria, le chitarre elettriche, insomma un altro suono, per cui il concerto dell’isola di Wight è stata un’abbuffata di libertà. Ci ha dato conferma che era venuto il momento di cambiare il suono e il modo di suonare, cioè di essere più liberi. Ma abbiamo anche capito che non è bello solo improvvisare, ma anche registrare la musica, metterla nero su bianco, in modo che altri possano riprodurla. Per me è stato anche importante trovare il coraggio, non sapendo l’inglese, di fare un viaggio a Londra nel 1969, quando ho conosciuto il mondo del rock inglese, introdotto dal giornalista di Mira Armando Gallo.

Quali sono gli album di quel periodo che senti più tuoi, dove ti riconosci maggiormente?

Difficile riconoscersi, perché consideravo tutti dei maestri, soprattutto i migliori tastieristi inglesi, da Tony Banks (Genesis) a Keith Emerson (E.L.P.), Dave Sinclair (Caravan), Brian Auger, o Jon Lord (Deep Purple). Ho cercato di imparare da loro  e magari tirar fuori qualcosa di mio.

E quali sono gli album delle Orme “ai quali sei più affezionato?

Tra le opere delle Orme certamente le prime, come Collage e poi il cambiamento fatto con Florian, insomma gli inizi di due momenti diversi. Chiaramente in ogni album c’è dentro qualcosa che mi piace ancora e che ritengo tuttora valido.

E veniamo al presente, con la tua carriera solista, che è altrettanto significativa: c’è anche un cd jazz raro…

E’ il live Re-Collage, stampato in mille copie, che considero un bell’album. E’ stato un momento “di sfogo” con altri musicisti, un’esperienza interessante perché suonare con il sassofonista David Jackson, dei Van Der Graaf Generator e con il Massimo Donà Quintet è stata una cosa irripetibile.

Pagliuca Rosa Mystica
Da sinistra: Tony Pagliuca, Betty Montino, Ilic Fenzi e Alessandro Monti nel set di Rosa Mystica

Altro progetto originale e recente è Rosa Mystica, ce lo racconti?

Ne ho fatte di sperimentazioni e altre ancora ne sto facendo, perchè penso che sia anche nostro compito guardarci intorno e cercare di scoprire e capire il più possibile tutte le cose che ci offre la vita. Per questo ho fatto l’esperienza della musica jazz, di cui parlavo prima, il folk, un disco per pianoforte, computer music (nell’album Io Chiedo) e musica sacra. Per Rosa Mystica ho lavorato molto bene con due veri talenti, Alessandro Monti, chitarrista con un senso del ritmo eccezionale, e Elisabetta Montino, cantante con una voce incredibile. 

Recentemente hai collaborato con “le nuove Orme”, di Michi Dei Rossi, come è andata?

E’ nato da una loro richiesta, un’esperienza di un anno, nella quale ho potuto tirar fuori dal cassetto alcune cose che avrei voluto fare anche prima, ma l’occasione è arrivata nel 2023 e l’ho presa al balzo. In quest’occasione devo dire che Michi dei Rossi mi ha lasciato qualcosa che non conoscevo, sono tornato a casa con una novità, perché mi ha insegnato a gustare la grappa!

Come stai vivendo i cambiamenti in atto nel mondo della musica, anche dal punto di vista tecnologico?

C’è il pro e il contro, ma una cosa è certa, che sentire la musica al telefonino non è sentire musica. O hai un impianto che riproduce anche un po’ di bassi e medi o quella non è la nostra musica. Va bene anche ascoltarla in cuffia, però manca la condivisione con altri: sentire la musica con altre persone è un passo in più. Ogni volta che ascolto la mia musica con persone diverse anche la reazione è diversa, percepisco le sensazioni degli ascoltatori e riesco a capire le cose che magari potevo cambiare. Se per esempio faccio sentire a un giovanissimo la musica che ho scritto per le Orme, questa può non interessargli  e quindi dovrei fare versioni diverse per accontentare ciascun ascoltatore e comunicargli quello che voglio trasmettere.  

A proposito di giovani, hai suonato anche con i tuoi figli…

Dei figli più grandi, Alberto ha studiato chitarra e pianoforte e sta ultimando un suo album, mentre Emanuele, batterista, anche lui di formazione accademica, fa spettacoli con il gruppo Wonder e la soprano Alessia Pintossi. Ho anche una figlia undicenne, che mi tormenta in casa con il rap, di cui c’è qualcosa che mi piace, ma il fatto che quasi tutti i giovani si siano buttati su questo genere mi stanca un po’, benchè ci siano anche giovani che suonano la classica e rock. E ogni tanto chiamo in qualche concerto anche mia moglie Tatiana a suonare il pianoforte!

Infine, cos’altro ha ancora in mente Tony Pagliuca che vorrebbe ancora realizzare?

Sono tante le cose che sono ancora in sospeso. Sto lavorando a un nuovo progetto, suonare in giro con una formazione inedita. Tanti sogni, tante speranze e cose da dire… la compagnia della musica mi è sempre vicina!

Seguendo le orme di Tony Pagliuca e delle sue tastiere oltre il rock ultima modifica: 2024-05-14T12:32:54+02:00 da Gigi Fincato

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