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Le facce dei nuovi italiani in una mostra fotografica al MuPa di Torre di Mosto

Foto di Rastelli

Si chiama “Nuove cittadinanze, conflitti e riconciliazione – Identità, territorio e migrazioni nell’Europa contemporanea”. E’ la  nuova mostra fotografica del MuPa, il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, spazio museale dell’entroterra Veneziano, che ha saputo ricavarsi un importante spazio nella cultura regionale, grazie anche alla collaborazionme con la Fondazione di Venezia. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 29 marzo 2026, indaga il rapporto tra volto, identità e appartenenza, in un’Europa attraversata da profonde trasformazioni. Il filo rosso è chiaro: la cittadinanza non è più definita solo dalla nascita o dalla nazionalità, ma dall’incontro. Non è un confine, ma una relazione. In un tempo segnato da declino demografico, mobilità e conflitti identitari, la fotografia diventa uno strumento prezioso: non per spiegare, ma per aprire spazi di visibilità e dialogo.
Questa mostra ci invita a fermarci davanti ai volti degli altri e a riconoscere nei loro sguardi la nostra stessa trasformazione. Attraverso cinque progetti fotografici, di Erna Lendvai-Dircksen, Jan Banning, Joseph-Philippe Bévillard, Niccolò Rastrelli e Francesco Finotto, il percorso racconta un secolo di modi in cui la fotografia ha immaginato, costruito o messo in discussione il concetto di cittadinanza. Il viaggio si apre con i ritratti di Erna Landby-Dirksen, che negli anni Trenta cercava nel volto dei contadini tedeschi l’essenza del “popolo”. Sono immagini potenti, ma anche ambigue: mostrano quanto il ritratto possa diventare strumento di costruzione identitaria, o addirittura di manipolazione. Il presente ci parla invece di identità plurali, fragili, in movimento, con Jan Banning, che fotografa il processo di riconciliazione ruandese, dopo una terribile guerra civile: vittime e carnefici che tornano a guardarsi negli occhi dopo il genocidio.
Joseph-Philippe Bévillard ritrae invece i travellers irlandesi, una comunità nomade che lotta per essere vista e riconosciuta. Niccolò Rastrelli invece dà invece voce ai giovani afroitaliani, protagonisti di un’Italia nuova, già multiculturale. Infine Francesco Finotto chiude il percorso con i Ritratti in Transito: volti sospesi, senza ombra, che raccontano la condizione universale del divenire.
A realizzare l’esposizione del MoPa lo stesso Finotto che, oltre che come fotografo, è stato anche apprezzato docente universitario di urbanistica e curatore di diverse mostre.

Professor Francesco Finotto, come è nata l’idea di “Nuove cittadinanze, conflitti e riconciliazione”?

L’idea è nata dall’incrocio fra lo studio che stavo facendo su Erna Lendvai-Dircksen, questa fotografa tedesca, di cui avevo trovato i libri, e la proposta che mi è venuta da parte dell’associazione Accogliere APS, di fotografare i frequentatori del corso di italiano a San Donà di Piave, che provengono da tutto il mondo e sono qui per imparare l’italiano e poi anche per lavorare, ma che non sono cittadini italiani, forse se lo diventeranno o forse no. Questo ha innescato un ragionamento sulla possibilità di mettere insieme le due cose. Conoscevo i lavori degli altri fotografi, di Banning, di Rastrelli e assieme al direttore del MuPa, Giorgio Baldo, abbiamo detto “Facciamo una bella mostra al MUPA portando la questa testimonianza di una fotografia che non non è solo estetica, non è solo tecnica in costruzione dell’immagine, ma è anche testimonianza, esperienza, conoscenza”.

Il professor Francesco Finotto davanti a due sue fotografie

E in questo periodo è anche un discorso di estrema attualità politica e di speranza…

Esattamente, è soprattutto un discorso contemporaneo che ci tocca tutti e che dà anche un po’ di speranza, nel senso di dire che se ci sono conflitti, inevitabili, perché quando culture diverse si confrontano non è sempre una passeggiata, però c‘è anche la possibilità di ascoltare, di riconciliare, di ricomporre i conflitti. Non c’è c’è solo il conflitto, non c’è solo l’alterità, ma c’è anche la possibilità di avvicinarci. È un processo di avvicinamento e se c’è una lezione da trarre per me è quella che siamo entrambi in gioco, tutti gli elementi. Chi è fotografato e chi fotografa, chi partecipa alla mostra e chi è visitato, cioè tutti rimettono in discussione la propria identità. Quindi se c’è un messaggio, il messaggio è questo.

In questa prospettiva, qual è oggi il valore della fotografia?

La fotografia ha ereditato dalla pittura un genere di immagine molto classico, che è legato alla rappresentazione. Quando è arrivata la fotografia, con mezzi molto più economici di prima, è stato possibile fare ritratti delle persone e quindi molti studi fotografici si sono aperti al mondo per fare appunto i ritratti a poco prezzo. Con la fotografia però si può fare anche conoscenza e si può fare esperienza. L’idea di questa mostra è mettere insieme conoscenza, cioè aprire gli occhi sul mondo e fare esperienza. E l’idea è quella di farla su un tema che ci tocca tutti, perché stiamo diventando un po’ più vecchi.
L’Europa sta invecchiando e le file a volte si riempiono di nuovi arrivati che arrivano come possono, dall’altra parte del mondo. Mettere insieme queste due cose è complicato, perché la cultura di chi abita è diversa dalla cultura di chi arriva.  Ci sono conflitti, difficoltà oggettive, insomma non è una passeggiata! Inoltre un paese come l’Italia non ha avuto un grande retroterra coloniale, per cui siamo ancora una nazione fatta di persone omogenee. 

Che filo conduttore unisce gli artisti presenti a Torre di Mosto? 

  Questa è la prima mostra in assoluto in Italia di Erna Lendvai – Dircksen. Era molto famosa in Germania, perché durante gli anni ’20-’30 aveva un grande studio a Berlino, era una fotografa di moda e faceva dei grandi ritratti per la borghesia. Subito dopo la prima guerra mondiale, ha iniziato a frequentare le spiagge del nord e ha iniziato a incontrare i pescatori, i contadini. Si è innamorata di quei volti e ha iniziato nel corso del tempo a collezionarli, prima in vacanza e dopo facendo delle spedizioni. La sua idea, quando ha pubblicato il libro nel 1932, è che quello dei contadini, dei pescatori e dei boscaioli è il vero volto del popolo tedesco.
E in un mondo che genera conflitti si è trovato il fotografo olandese Jean Banning. Lui è stato in Rwanda qualche anno fa e ha fatto questi ritratti con il contesto intorno, che si chiamano tecnicamente ritratti ambientati. Le sue foto non inquadrano fratello e sorella, nè vicini di casa o amici, ma piuttosto la vittima e il carnefice, il risultato di un conflitto tremendo. A 30 anni di distanza e con un percorso di riabilitazione, di riappacificazione, questi soggetti hanno trovato la forza di riconciliarsi e questa è la testimonianza visiva, mentre nelle didascalie ci sono le loro storie tremende.

Da sinistra: Jean Banning, Joseph-Philippe Bévillard e Niccolò Restelli


C’è una faccia della medaglia e n’è un’altra, per dire che questo non è l’unico modo per stare insieme con una relazione. Così ho chiamato Joseph-Philippe Bévillard, fotografo statunitense di Boston. Sono 15 anni che fotografa gli zingari irlandesi, quelli che vivono di relazioni che non hanno confini, ma il cui gruppo sociale si fonda sui rapporti, sulla conoscenza, non sull’appartenenza a una terra. La cosa interessante per me era che c’è un modo di vivere che non ha confini, ma è un modo di stare insieme in relazione.
E poi c’è il fiorentino Niccolò Rastrelli. Tra i tanti lavori che ha fatto, quello che mi ha interessato di più è questo sugli afro-italiani: noi siamo stati italo-americani, no? E ora abbiamo gli afroitaliani, con cui siamo un po’ in difficoltà. Niccolò con le foto dei suoi primari, chirurghi, artisti, cantanti, sportivi, eccetera, ci dice “guardate che siamo già alla seconda generazione”. Sono 17 esempi di afro-italiani, black Italians, li chiama lui. Non c’è niente di straordinario, siamo già in questo mondo, basta prenderne atto.
Dopodiché, come ultimo, ci sono le mie foto “work in progress”, 35 ritratti di cinesi, moldavi, rumeni, colombiani, persone dal Ghana, dal Mali, dall’Egitto, dal Marocco, ma non sono andato in giro a trovarli. Sono andato in una semplice stanza e ho fatto delle foto come Erna, molto ravvicinate, lei ha messo il nero, io ho messo il bianco, perché ho tolto l’ombra. Sono volti senza ombra. Non c’è una differenza. Sono ritratti in transito, persone che stanno passando. Forse si fermeranno, forse no. Ma l’idea è che anche noi siamo in transito, anche la nostra identità è in transito.

Una delle foto realizzate in Rwanda da Jean Banning

Insomma, che mondo viene raccontato attraverso queste foto?

Siamo in un mondo mobile, non voglio dire di più, altrimenti diventa troppo complicato. Però quando noi guardiamo quei volti, il rapporto non è asimmetrico, non c’è qualcuno che sta di là e noi di qua siamo al sicuro, c’è sempre un movimento che ci riguarda. Per questo dicevo che alla fine una mostra di fotografia è anche conoscenza, non è solo intrattenimento, perché ci dà l’idea della trasformazione. Noi guardiamo queste immagini e possiamo anche vedere oltre. Non dico cambiare, ma insomma, metterci in gioco, no? E la fotografia è un modo per farlo.

Per concludere, chiediamo a Francesco Finotto se questa mostra avrà una continuazione.

Per quanto riguarda la mostra, probabilmente avrà degli sviluppi e potrà anche girare in Italia. Mentre l’ongoing project, quello che sto facendo,  sicuramente avrà altri sviluppi, perché sto raccogliendo questi ritratti e nel giro di 1-2 anni sicuramente faremo una mostra specifica dedicata ai “ritratti in transito”

Le facce dei nuovi italiani in una mostra fotografica al MuPa di Torre di Mosto ultima modifica: 2025-12-23T09:13:04+01:00 da Gigi Fincato

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