ARTE E CULTURA

I duellanti, un giovane Goldoni alla Fenice: intervista a Marco Gnaccolini

I duellanti

Abbiamo incontrato Marco Gnaccolini, drammaturgo veneziano (di Carpenedo, a dirla tutta!) autore del testo d’ispirazione goldoniana I Duellanti. Lo spettacolo andrà in scena presso le Sale Apollinee del Teatro La Fenice fino a domenica 10 dicembre.

I Duellanti, la più classica delle domande: com’è nata l’idea?

I Duellanti è la seconda tappa del progetto nato l’anno scorso con I tre gobbi, primo episodio di questa atipica serie teatrale. È originale non solo per quanto riguarda la narrazione degli eventi, ma anche per la sua programmazione in controtendenza coi moderni dettami dello show business. L’uscita di ogni nostro episodio ha cadenza annuale! La nostra è una serie da slow view!

Pietra angolare narrativa dell’intero progetto è la città di Venezia del Settecento e della sua vita notturna. Criminosa, licenziosa e “truffaldina”, vista con gli occhi della brulicante comunità artistica costantemente senza un soldo, sempre in caccia di nuove commissioni e costretta ad ingegnosi quanto miseri espedienti loschi per “tirare a campare”.

I Duellanti dipinge un ritratto storico e romanzato della città lagunare rappresentata nel suo momento apice di produzione spettacolare che si dipanava in più di sedici teatri aperti. Questi spazi erano vere e proprie fucine per decine di opere nuove pagate coi denari di spietati impresari affaristi che per metterle in scena avevano assoldate – con poca generosità! – compagnie di attori e musici. Gli ultimi tasselli di un mondo in cui non mancavano gossip, ricatti lavorativi e scandali di piacere che facevano di Venezia una vera e propria Hollywood ante litteram.

Lo spunto di partenza dal quale è nata la volontà di raccontare questo mondo ad un pubblico contemporaneo viene dai libretti per intermezzo. Scritti da Carlo Goldoni, i libretti sono materiale poco messo in scena e scarsamente conosciuto.

I duellanti

Una scena de I duellanti, da sinistra Matteo Fresch e Michele Modesto Casarin

L’intermezzo è una forma di breve commedia musicale in due atti che si attestò nei primi anni del Settecento nei teatri lirici napoletani per poi arrivare a Venezia. Dalla laguna ha proseguito la sua strada fino a diventare le meraviglie che noi adesso chiamiamo opere comiche di Mozart. Ai tempi nei teatri musicali italiani venivano presentate solo grandi tragedie di nobili e regnanti e gli intermezzi, come veri e propri “commandi rivoluzionari”, si innestarono nel vuoto che si creava sul palco al momento dell’intervallo tra il primo e secondo atto della tragedia lirica che si andava rappresentando quella sera. Portavano in scena storie di ordinaria follia amorosa e quotidiana miseria, nelle quali i protagonisti erano vecchi e giovani rappresentanti la classe del popolo. Ecco che la Commedia comincia così ad avere una sua rappresentazione lirica.

Gli attori di queste operette cantate erano molto spesso dei comici che avevano come caratteristica professionale quella di essere spesso molto ma molto stonati! Oltre che a strappare qualche sorriso, questa particolarità “tecnica” ha portato – o, per meglio dire, costretto! – i librettisti a creare testi agili e dinamici, più rivolti alla recitazione prosaica che al cantato.

Come vi è venuta l’idea di lavorare sui libretti?

L’idea di lavorare agli intermezzi goldoniani venne presentata a me e Alessandra Dolce di Woodstock Teatro da Michele Modesto Casarin, regista e autore di Commedia della blasonata compagnia Pantakin. Così si creò la squadra di lavoro che oltre alle due compagini teatrali vedeva la collaborazione anche degli studenti del conservatorio Benedetto Marcello di Venezia.

Si presentò però subito un problema: di tutti i libretti d’intermezzo goldoniani era rimasta intera solo una partitura musicale, quella di Ciampi de La favola dei tre gobbi. Un manoscritto custodito gelosamente nella biblioteca nazionale di Parigi. Il resto delle musiche erano andate completamente perdute, tranne qualche frammento di due arie da opere diverse.

Per ovviare al problema di mancanza di materiale proposi così una soluzione drammaturgica che divenne poi il progetto andato in scena ne I tre gobbi. Goldoni da giovane, che per appianare i forti debiti contratti nei ridotti da gioco dell’impresario Grimani, si salva componendo in tre giorni un libretto d’intermezzo.

I materiali operistici di Goldoni sono stati quindi “motore” e oggetto drammaturgico inserito in una vicenda del tutto nuova. Il racconto metaforico di come il Teatro e l’Arte in generale possano salvare la vita di un uomo ridotto senza soldi e senza prospettive di futuro. Una semplice ed ingenua allegoria per combattere il caos contemporaneo che sembrava e sembra attanagliare ogni nostro giorno.

I duellanti

Le Sale Apollinee del Teatro la Fenice

Ne I duellanti hai seguito personalmente la fase di messa in scena?

Sì, il più possibile. È un mio metodo di lavoro. Un continuo cesellamento e affilatura di battute sugli attori e passaggi drammaturgici dell’intero testo. Poterlo fare insieme a Michele Modesto Casarin in regia e in scena a guidare gli altri attori è entusiasmante per me. È uno degli ultimi Pantaloni in vita, depositario di un sapere antico che me lo fa avvicinare a vecchi bluesman del Mississipi. Lo considero un possibile Miyazaki della scena teatrale, grazie ad un immaginario strabordante che si rivolge anche al mondo dell’invisibile. Il suo ritmo comico e la sensibilità scenica curata al dettaglio mi permettono d’imparare molte cose sulle radici sceniche del teatro.

Questi aspetti mi hanno permesso di migliorare sempre più il mio lavoro. Essere presenti alle prove quindi è condizione necessaria perché la mia drammaturgia che passa attraverso il filtro di Michele subisce sempre modifiche ed assestamenti scenici. Questo grazie all’incredibile fonte d’improvviso comico e drammatico con cui gestisce e lavora le situazioni in cui sono immersi i personaggi. Questo richiede un lavoro da dramaturgo, adattando il testo su misura in base alle richieste sceniche e alle improvvisazioni nate durante le prove. Un vero e proprio vestito da far indossare al meglio a chi lo porta. D’altronde, l’etimologia latina di testo è textum da tessere, tessuto.

Come si sente un drammaturgo veneziano che si confronta con Carlo Goldoni nel 2017?

Credo che un drammaturgo veneziano si possa sentire davanti il lavoro di Goldoni come un esploratore davanti una miniera in cui il filone d’oro non si è ancora esaurito. In modo particolare le sue Memories sono altamente contemporanee, e fanno brillare le sue commedie di nuova luce ogni giorno che passa.

Se il drammaturgo veneziano in questione sono io, quello che posso dire è che a confrontarmi con Goldoni mi sento triste. Ogni volta che affronto e leggo il suo lavoro avrei bisogno di parlare e sbraitare con lui in carne ed ossa in qualche osteria al riparo del finimondo che scoppia di fuori, invece di starmene come un baùco a chiedere consigli, soluzioni e ristoro mentale alla sua vecchia statua in campo San Bartolomio aspettando il momento in cui mi darà risposta.

Dopo questa storia è ancora possibile pensare di perdersi I Duellanti?

David Angeli

Autore: David Angeli

Nato a San Daniele del Friuli il 23 aprile 1986, ha studiato Storia a Ca’Foscari. A Venezia, è membro delle compagnie teatrali Accadueò Non Potabile e Malmadur e del collettivo Blare Out. È pubblicista dal 2012 e ricopre il ruolo di ufficio stampa e collaboratore artistico del Venice Open Stage.

I duellanti, un giovane Goldoni alla Fenice: intervista a Marco Gnaccolini ultima modifica: 2017-11-27T13:12:52+00:00 da David Angeli

Commenti

To Top