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Manifesto di Venezia, quando le parole fanno la differenza!

manifesto di venezia

Quello della violenza sulle donne è un tema che ogni giorno riempie i giornali, cartacei o web, le cronache e i talk show. Ma avete mai considerato come si raccontano gli episodi di violenza? Proprio per dare una risposta a questa domanda, per usare le parole più adatte nasce il Manifesto di Venezia. E’ sempre più importante infatti dare una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne, come lo chiede da tempo la Convenzione di Instanbul.

IL MANIFESTO DI VENEZIA

E’ stato presentato  alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice a Venezia dagli organismi di parità di Fnsi e Usigrai con il Sindacato Giornalisti Veneto e l’associazione GiULiA Giornaliste. E non è un caso nemmeno la giornata scelta per la presentazione: il 25 novembre è stata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Quali sono le richieste del manifesto di Venezia? Ad esempio definire una donna che ha denunciato la violenza “sopravvissuta” e non “vittima”. Poi non chiamare i femminicidi “amore criminale” o “dramma della gelosia”. La strada per i diritti di pari opportunità continua con usare sindaca e ministra quando sono donne a ricoprire questi ruoli. Mentre si legge il manifesto, rispetto e parità di genere sembrano sempre più vicini. Proprio i mass media hanno un ruolo fondamentale non solo nel raccontare la realtà, ma anche nel produrre processi di cambiamento culturale.

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Raccontare con i termini corretti la violenza

UN ESTRATTO

“Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa -si legge nel Manifesto- Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto ci impegniamo per un’informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità”.

Un comportamento responsabile è non usare espressioni che, anche involontariamente, risultino irrispettose dell’identità femminile.  Meglio non utilizzare parole come “amore”, “raptus”, “follia”, “gelosia” e “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento. Ma neanche immagini che riducano la donna un “richiamo sessuale” e un “oggetto del desiderio”.

VENEZIA E IL SUO MANIFESTO

La scelta di Venezia non è un caso. Qui è nata è Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima laureata al mondo il 25 giugno 1678. Inoltre proprio il Veneto ha dato i natali a Tina Anselmi, prima ministra della Repubblica italiana, nominata il 29 luglio 1976. Il Manifesto di Venezia non limita la libertà di espressione. Anzi è un contributo per alimentare il dibattito, per superare stereotipi e pregiudizi. Che per quanto inconsapevoli, possono aggiungere violenza alla violenza.

Lucia Vazzoler

Autore: Lucia Vazzoler

Letteratura, teatro e radio. E tanta musica. Questi gli interessi che giorno dopo giorno arricchiscono la mia valigia. Vengo dalla provincia veneta, ora vivo a Trieste e lavoro a Radio Fragola.

Manifesto di Venezia, quando le parole fanno la differenza! ultima modifica: 2017-11-28T12:22:31+00:00 da Lucia Vazzoler

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