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Il campanile di San Marco rinato dalle macerie

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Il campanile di San Marco continuò imperterrito la sua vita plurisecolare di “Paron de Casa“, così come lo chiamano affettuosamente i veneziani, fino al 14 luglio 1902. Iniziato a costruire nell’888, fu completato solo sei secoli più tardi, tra il 1511 e il 1514. Malgrado sia stato più volte colpito da fulmini e squassato da terremoti continuò a ergersi tranquillamente fino a 115 anni fa. In quell’epoca fu vittima della sua vetustà ma soprattutto dell’incuria umana. Quel giorno il campanile crollò su se stesso, fortunatamente senza provocare vittime.

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Il crollo del campanile

La Marangona e la coppa di vetro

Dall’enorme cumulo di macerie emerse intatta solo la Marangona, la maggiore delle campane, e una coppa di vetro. Una leggenda racconta come anche l’angelo della sommità cadde inginocchiato di fronte al portale della Basilica. Riunitosi la sera stessa del disastro, il consiglio comunale deliberò che il campanile risorgesse “dov’era e com’era”. Così, il giorno di San Marco del 1912 veniva inaugurato il nuovo campanile.

Oltre alla Marangona, che dava il primo avviso di convocazione alle riunioni del Maggior Consiglio e cadenzava l’orario di inizio e fine lavoro delle varie corporazioni artigiane, anche le altre campane di San Marco, fatte rifondere e donate da papa Pio X, hanno un nome particolare. La “Trottiera”. Era detta così perché al suo segnale i patrizi si affrettavano a raggiungere Palazzo Ducale mettendo al trotto le loro cavalcature. La Nona batteva mezzodì, mentre la Mezza Terza, detta anche dei Pregadi, annunciava le riunioni del Senato. La più piccola infine, la Renghiera o Maleficio, dava il segnale alle esecuzioni capitali.

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Le macerie dopo il crollo

Il campanile, luogo di festeggiamenti e punizioni

Il campanile è legato al tradizionale “svolo dell’Angelo o del Turco”, la cerimonia di apertura dei festeggiamenti degli ultimi giorni di carnevale. Si tratta di una prova di grande abilità ed equilibrio. In passato, il giovedì grasso, vedeva un coraggioso acrobata cimentarsi nella discesa lungo una fune, tesa tra l’alta cella campanaria e la loggia di Palazzo Ducale, da dove il doge assisteva allo spettacolo. Oggi la ricorrenza è perpetuata con la discesa, in sicurezza, di una madrina del carnevale.

Ma la storia del campanile conserva anche aspetti più lugubri, come il supplizio della cheba. Una gabbia di legno con armatura in ferro, sospesa per mezzo di funi sul lato sud del campanile. Qui i condannati venivano rinchiusi rimanendo esposti giorno e notte al sole e alle intemperie, per un tempo fissato o per tutta la vita. Chi si trovava qui riceveva il cibo per mezzo di una funicella che calavano in basso.

Alberto Toso Fei

Autore: Alberto Toso Fei

Alberto Toso Fei discende da una antica famiglia di vetrai di Murano. Esperto di storia segreta e di mistero, recupera nei suoi libri il patrimonio della tradizione orale per riportare il fascino delle storie perdute nei loro luoghi, sperimentando l’incontro tra le antiche leggende e le nuove tecnologie. Tradotto in più lingue, pubblica con Marsilio, Newton Compton e altri. www.albertotosofei.it

Il campanile di San Marco rinato dalle macerie ultima modifica: 2017-07-07T11:06:27+00:00 da Alberto Toso Fei

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