In occasione del 25 aprile 2026, festa della liberazione dal nazi-fascismo, l’associazione “Leggere per Vivere”, che gestisce la biblioteca del Terraglio a Mestre, ha deciso di ricordare questa giornata facendo conoscere meglio uno dei protagonisti veneti di quel periodo. Si tratta di Alessandro Vittadello, noto come imprenditore del settore tessile, ma che ha vissuto anche l’esperienza partigiana, durante la seconda guerra mondiale, e successivamente quella politica, nel periodo della ricostruzione, e infine quella lavorativa, negli anni del boom economico. A tal proposito la veneziana Carla De Lazzari ha scritto un’interessante ed approfondita biografia, per Cierre Edizioni, intitolata Alessandro Vittadello, antifascista e imprenditore d’avanguardia. L’abbiamo incontrata in occasione dell’ultima presentazione del libro, proprio nella biblioteca del Terraglio.
Carla De Lazzari, Vittadello é stato un marchio importante, ma pochi conoscono il personaggio, al quale lei ha dedicato molto tempo, giusto?
Sì, parecchio, dieci anni di lavoro con lui e quattro per realizzare il volume. Ho dovuto lavorare anche sulla psiche delle persone intervistate (per far riemergere i ricordi) e questo mi ha portato via parecchio tempo. Con Vittadello ho lavorato una decina d’anni, non moltissimo, ho avuto con un incarico di fiducia in quanto responsabile dell’amministrazione del personale.

Vittadello imprenditore d’avanguardia. Forse qualcuno ricorderà il negozio di Mestre in via Poerio...
Lui poi di negozi ne ebbe tanti e ovunque, fino a Roma , ma non tutti sanno che era anche un importante produttore di moda pronta in tutta Italia. E’ stato uno dei primi a credere in questo tipo di abbigliamento. Vittadello era nato nel 1901 da una famiglia assolutamente povera, il padre si occupava di trasporti fluviali. Erano quattro fratelli, tre maschi e una femmina e Alessandro ha aiutato il padre fino dai 14 anni, trovando lavoro presso il negozio di abbigliamento dei fratelli Peloso e là si è fatto un po’ le ossa. Poi nel periodo fascista ha avuto un fratello maggiore che è morto a seguito delle violenze subite dalle milizie e si è avvicinato ai circoli socialisti e dopo è passato ai comunisti. Sorpreso in una riunione clandestina con Piero Calamandrei, fu imprigionato con Amendola e altri nel carcere Paolotti di Padova.
Nel periodo della seconda guerra mondiale, Vittadello aveva salvato anche molte persone, ma non amava parlarne, come mai?
Sul suo periodo di partigiano attivo, non ho trovato riferimenti certi, anche se l’Anpi lo dà come partigiano combattente, mentre è chiaro che ha aiutato moltissimi partigiani, con vettovagliamento, abbigliamento e anche aiutando economicamente il PCI, che a sua volta sosteneva le Brigate Garibaldi.
Oltre al lato del politico militante, emergono anche altri ideali morali, no?
È corretto, senza dubbio. Dentro il suo animo, Vittadello aveva questo grande sogno, diciamo, anche nella sua impresa, un sogno olivettiano, nel senso che voleva far coesistere il benessere dei dipendenti con l’utile dell’azienda. E questa umanità, questo solidarismo l’ha dimostrato in tantissime occasioni, aiutando per esempio l‘UDI di Treviso, il convitto Biancotto a Venezia, che dava ospitalità ai figli dei partigiani e agli orfani. Spiegato in parole semplici, il collettivismo era alla base di tutto.

Cosa ti ha colpito di più dell’imprenditore Vittadello, che parte da una fabbrica e arriva ad averne diverse, compresi molti negozi?
Lui aveva capito che la sartoria individuale avrebbe avuto poco futuro, lavorando nei negozi Peloso, perché vedeva più in là dei tempi; anche se non era molto scolarizzato aveva il senso degli affari. Ha dapprima rilevato una piccola sartoria a Cordovado in Friuli, cominciando a fabbricare i cosiddetti capispalla e ampliandosi a poco a poco e avendo picchi di manodopera anche di 400 persone, non era poco. Poi sono arrivati i negozi, perché serviva una rete commerciale per smerciare quello che adesso si dice brand, anche se vendeva pure altri marchi, tipo Marzotto, Facis, Lubian e Zegna. Operava anche nel settore del turismo, avendo acquisito vari alberghi, tra cui uno a Peschiera del Garda (dove era stato anche sindaco) e a Canazei, stampava un giornale e aveva una sua tipografia. È uno che aveva capito prima di altri di dover diversificare.
Ma come mai al culmine della sua grandezza economica ha avuto un crollo e poi si è dissolto tutto?
Sì, questa è una pagina molto amara. Vittadello era anche una persona coi suoi pregi e difetti. Non aveva la tendenza ad ascoltare molto gli altri. Soprattutto le persone che gli mettevano di fronte le difficoltà socio-economiche del momento, quando é arrivata la necessità di aggiornarsi con i macchinari. Era convinto che siccome la sua azienda era una sua creatura ed era andata bene per tanti anni, doveva funzionare in eterno. Però devo anche dire che non posso escludere che si siano fatti avanti dei poteri forti, che hanno pianificato la distruzione di questa azienda, che dava molto fastidio agli industriali. Questi poteri forti si identificavano con la Montedison, che a quell’epoca produceva il tessuto Leacril e aveva anche bisogno di smerciarlo. La Montedison contattó Vittadello, che firmó un contratto capestro cedendo l’80% delle azioni dell’azienda di Mestre, a pochi mesi dall’inizio dell’agitazione sindacale e dell’occupazione. Forse in questo frangente Vittadello era stato molto ingenuo, pensava di poter ancora contare con il 20%, ma non fu così. Poi ci furono anni di lotte sindacali; intervennero perfino Dario Fo e Franca Rame a sostenere i lavoratori.

Oggi rimane ancora qualcosa degli ideali imprenditoriali di Vittadello?
Direi di sì, non credo che sia proprio un’utopia sognare che il dipendente possa lavorare volentieri, cioè far coesistere, come ho detto prima, l’utile con il benessere del dipendente, che Vittadello non ha mai considerato un subalterno, ma una persona di cui avere molta fiducia e lui stesso ha incoraggiato anche l’ascesa sociale dei propri dipendenti.
Infine a cosa si dedica ora come scrittrice Carla De Lazzari?
Ho qualche altro sogno nel cassetto e tante cose in piedi. Sono molto appassionata di ricerche, soprattutto sociali e della storia contemporanea, per lo piú sulla resistenza. Ho in corso una ricerca che vorrei veramente completare sugli internati militari italiani dopo l’8 settembre. Ho del materiale molto prezioso e vorrei avere la possibilità, anche attraverso qualche istituto storico, di stampare qualcosa, di renderlo pubblico. Come una forma di risarcimento verso questa resistenza sottaciuta, silenziosa, che se non ci fosse stata, forse avrebbe cambiato il percorso della storia.




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