Veneziano di nascita (1939), fotografo per amore della sua città, Tito Mion è mancato nel 2024, lasciando un patrimonio di immagini quantitativamente e qualitativamente rilevante. Autodidatta, ma tecnicamente preparato, con una talentuosa e particolarissima visione della fotografia, Mion fissava immagini a colori con luoghi e persone solo apparentemente del passato, ma legate alla contemporaneità cittadina. Una visione originale e critica della città lagunare, con colori nitidi o sfumati, che parlano da soli. Tito Mion ha avuto modo di scegliere personalmente le foto per due interessanti libri, Venezia / ora non più (2023) e Venezia / storia di una caduta (2024), entrambi pubblicati da Il Prato, editore padovano particolarmente attento all’arte e alla cultura locali. I volumi sono stati presentati dalla figlia, Michela Mion, che ne ha curato la pubblicazione. Ecco come ha raccontato il padre e le sue immagini, nella presentazione di Salzano, nel Veneziano.

Come descriverebbe suo padre Tito Mion in poche parole?
Si era diplomato in ragioneria, quindi sembrava incanalato in un percorso più legato ai numeri che a cose artistiche, avendo lavorato per tutta la vita in banca. Però in realtà a me piace ricordare mio papà per le tre grandi passioni che ha portato avanti per tutta la sua vita. Una è la fotografia, una è l’arte e una è la sua città, Venezia. Quando penso a mio padre penso proprio a un veneziano doc. Lui amava tutto della sua città ed è comunque sempre stato critico nei confronti di Venezia. Quello che in realtà ha voluto fare con questi libri è stato lasciare una testimonianza per gli altri, per le future generazioni, per far conoscere e far capire agli altri cos’era Venezia, qual era la sua città, che purtroppo adesso sta scomparendo o è quasi scomparsa del tutto.
I suoi due libri di foto sono simili, ma sono anche diversi, è corretto?
Esatto, sono nati più o meno nello stesso periodo, nel senso che mio papà purtroppo ha avuto una vecchiaia molto difficile ed è rimasto bloccato in casa. Abituato a muoversi sempre con la sua macchina fotografica, a un certo punto ha pensato di sistemare tutte le sue fotografie. Quindi ha preso in mano le foto stampate su Venezia e man mano che le suddivideva, è nata in lui l’idea di fare il primo libro che lui ha chiamato “Venezia ora non più” perché appunto attraverso queste fotografie ci si può rendere conto di tutto quello che era Venezia e che adesso non è più. Qui è percepita ancora di più la decadenza che c’è, che deriva dalla mancanza di residenti, di attività e dallo spegnersi di certe abitudini che una volta non c’era. Nel primo libro ha fatto una scelta precisa, cioè a corredo di ogni capitolo ha utilizzato dei brani di autori famosi che hanno scritto di Venezia.
La Venezia che racconta Tito Mion è quasi senza tempo, ma qual era la città che viveva?
La Venezia che ha vissuto mio padre ho fatto in tempo a viverla anch’io nella mia infanzia, perché era la Venezia che si viveva all’aperto, quindi avevi la vita nei campi e nei campielli, dove potevi trovare le vecchiette che si portavano fuori la sedia e che si mettevano a lavorare all’uncinetto e a ciacolare. Poi trovavi i bambini che uscivano a giocare col pallone, andavano nei campi in bicicletta. Quindi la vita era al di fuori ed era la vita vissuta dalle persone. Adesso, per dire, ci sono rimasti solo alcuni campi dove i bambini possono andare a giocare a calcio e sono tutterati. Uno è San Giovanni e Paolo e l’altro è quello dietro al conservatorio a Santo Stefano.

Quali altri luoghi erano particolarmente cari a Tito Mion?
Il mercato di Rialto, che aveva banchi di frutta, verdura, pesce. Adesso il mercato è l’ombra di se stesso, ci saranno in sì e no cinque – sei banchi, pochissimi, in confronto a un tempo. Anzi, tutta la città era piena di mercatini, c’erano, per esempio, anche mercati rionali, che adesso non ci sono più. Ci sono le foto delle regate, che sono il cuore di Venezia e sono rimaste; c’è un calendario minore oltre alla Regata storica e alla Vogalonga, manifestazione remiera nata come protesta al moto ondoso, che ha preso piede tantissimo, è cresciuta nei numeri, però ora la maggior parte dei partecipanti sono turisti e stranieri.
Guardando queste foto si vede l’occhio di un veneziano innamorato della sua città…
L’idea di seguire questi libri, è stata come accogliere il testimone che mio papà mi ha lasciato, nel senso che quello che a lui interessava di più, lui non è mai stato una persona né ambiziosa, né ha mai pensato di mettersi in mostra, voleva che rimanesse qualcosa della sua città che gli altri potessero vedere e questo è lo strumento che lui ha utilizzato, far vedere le sue foto. Ha raccontato soprattutto con il colore e ci sono dei colori molto precisi, anche dove sono un po’ così sfumati, come quelle con della nebbia. Queste fotografie hanno un che di “quasi bianco e nero”, perché Venezia si presta molto a questo. Lui ci faceva un’attenzione particolare e gli piaceva molto uscire a far foto appena c’era l’acqua alta, la neve e la nebbia. La scelta del colore piuttosto che del bianco e nero è molto importante, perchè, secondo me, attraverso il colore riusciva a far vedere maggiormente le emozioni e aveva paura che con il bianco e nero queste si perdessero.
Si notano due tipologie di foto, quelle dove ci sono persone, diverse da quelle dove c’è solo la città, come mai?
Alcune sono proprio dei dei veri e propri ritratti, delle nature morte, che detto su Venezia fa anche un po’ rabbrividire. Altre invece hanno un che di attuale, di senza tempo, si possono vedere le stesse immagini di oggi, immaginando le piccole differenze che ci sono. Vorrei dire anche che nel secondo libro ha scritto lui le parole a corredo dei capitoli e ha deciso anche di farlo tradurre in inglese (mentre il primo è solo in italiano) e così a Venezia l’abbiamo distribuito anche in alcuni negozi. Inoltre gli piaceva molto fotografare i tramonti e anche rendere il contrasto tra la città antica e la modernità, per cui vedi le cupole con a fianco delle gru. Ci sono poi alcune foto dove si vede il Lido e anche porto Marghera con le fabbriche sullo sfondo: sembrano proprio dietro la la basilica: vedi la cupola della basilica e subito le fabbriche. Gli piacevano anche i pozzi: a Venezia ogni campo ha il suo pozzo. Un altro argomento che a lui piaceva molto, perché rientra in quella che è la tradizione di Venezia, sono gli squeri e la costruzione delle gondole.

Ma lui come vedeva questa Venezia sempre più invasa dai turisti?
Mio padre soffriva molto il turismo; abitava proprio in pieno centro, a pochi passi dal mercato di Rialto, quindi ha sempre sofferto molto, spostava i turisti che trovava sulla sua strada perché non si muovevano. Non aveva un ottimo rapporto con i turisti, ma comunque era una persona molto disponibile, per cui quando magari lo fermavano per chiedergli informazioni, era capace di raccontargli la storia del palazzo, la storia di tutta Venezia e di accompagnarli dove dovevano andare anche.
Come sono state scelte le fotografie dei due libri?
Non è stato facile scegliere le foto da mettere nei libri, perché sono tutti ricordi, le ha scelte lui per entrambi i libri, io ho solamente scremato, nel senso che ne aveva scelte troppe. E infatti mi piacerebbe nel tempo riuscire a fare una mostra con le foto dei libri, anche perché ne ce ne sono ancora parecchie a casa che potrebbero essere mostrate. C’è una cosa che forse porteremo avanti partendo dalla sua ricerca: lui aveva scritto anche un altro libro sui monasteri scomparsi a Venezia, aveva individuato 42 monasteri. Cercherò magari di accompagnare i testi con le foto e strutturarle in un probabile itinerario tra i monasteri di Venezia. Avevo anche provato a chiedere ai vari archivi veneziani se avessero voluto ricevere le sue foto in donazione. A casa di mio papà, dietro ogni immobile, c’erano scatoloni di diapositive, ma bisognava fare un lavoro che sarebbe per me stato impossibile di catalogazione di tutti gli scatoloni di diapositive, perché avrei dovuto guardarmele a una a una.




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