La 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è nata sotto due alberi. O meglio, sotto un fico è stata concepita, sotto un mango generata. Così spiega il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco (“Ci siamo incontrati con la curatrice Koyo Kouoh sotto un ficus di Palazzo Giustinian, sede della Biennale di Venezia, e sotto quel ficus è nata questa alchimia”); così narrano i collaboratori della curatrice che ricordano gli incontri vicino ad un mango a Dakar (“Sentivamo il tonfo della caduta di un frutto e avevamo il nome di un nuovo artista da coinvolgere”). Queste suggestioni in occasione della presentazione della Biennale Arte 2026. In Minor Keys si terrà a Venezia, nei consueti spazi dei Giardini, dell’Arsenale e in numerosi altri luoghi della città lagunare, dal 9 maggio al 22 novembre.
La prima Biennale orfana della sua curatrice
Una Biennale Arte che per la prima volta è orfana della sua curatrice: Koyo Kouoh, nominata nel novembre 2024, è scomparsa prematuramente a maggio 2025. La “sua” Biennale apre esattamente un anno dopo, in linea con il progetto curatoriale che lei aveva già sviluppato e che il team dei suoi collaboratori - Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca) – ha portato avanti, restituendo quella che era la sua visione della realtà.
Le suggestioni letterarie di Gabriel García Márquez e Toni Morrison
In Minor Keys di Koyo Kouoh sarà una mostra che inviterà ad ascoltare, come recita il titolo, le tonalità minori, restituendo la visione poetica della curatrice e facendosi portatrice del suo lascito culturale ed umano. Centoundici – artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni- i partecipanti. Tra questi, non ci sono italiani. Provengono piuttosto da contesti geografici differenti, con opere capaci, come voleva la curatrice, di coinvolgere insieme anima e intelletto. Non sarà divisa in sezioni ma piuttosto in quelle che sono state definite “priorità sotterranee”. Ispirate da suggestioni letterarie come il realismo magico di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez e i temi legati alla schiavitù di Amatissima della scrittrice afroamericana Toni Morrison.
Una processione di poeti omaggio alla curatrice scomparsa Koyo Kouoh
Ci saranno poche pareti fisiche, così come la curatrice avrebbe voluto, per dare vita ad un linguaggio spaziale ispirato alle Processioni, agli Altari, alle Scuole come luoghi di incontro, apprendimento e rifugi creativi, testimoni di un’arte che è anche responsabilità sociale. Nello Spazio al riposo la Mostra si interrogherà sulla possibilità di concedere spazio all’ascolto e alla contemplazione, all’insegna del rallentare. Ci sarà anche un programma di performance, fra cui una processione di poeti ispirata al Poetry Caravan, il viaggio intrapreso da Koyo Kouoh con nove poeti africani da Dakar a Timbuktu nel 1999: formeranno un coro legato al potere della parola. Un omaggio a Koyo Kouoh, per la quale la poesia rappresentava un principio guida della pratica curatoriale. E’ giunto il momento di ascoltare le tonalità minori: questo il suo messaggio e quello della “sua” Biennale.




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