E’ stata davvero una bella avventura quella del vetro di Murano alla Biennale. Una sfida, una deadline che metteva artisti e vetrerie in gara per creare varietà e bellezza. E che promuoveva la nascita di tante vetrerie perché dall’attività artistica si sviluppava poi anche quella commerciale. Con questa chiave si apre domani 12 aprile, nelle Stanze del Vetro dell’isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia, il secondo capitolo che la Fondazione Giorgio Cini onlus e Pentagram Stiftung dedicano alla presenza del vetro muranese alla Biennale. Quest’anno la finestra si apre sugli anni che vanno dal 1932 al 1942. E’ proprio del 1932 la costruzione, negli spazi dei Giardini, del Padiglione Venezia, un’area che era stata pensata e realizzata appositamente per ospitare le arti decorative di produzione veneziana. E’ del 1942 l’ultima edizione della Biennale prima dell’interruzione dovuta alla Seconda Guerra Mondiale.

1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, visitabile fino al prossimo 23 novembre, comincia con il racconto storico dell’epoca. Filmati in bianco e nero documentano ambienti, personaggi e avvenimenti. In primis la visita a Venezia dell’allora re d’Italia per l’inaugurazione del Padiglione dove nel 1932 venne ospitata una mostra di vetri, merletti e mosaici. Due i mosaici proposti in mostra: La mano di Atlante su disegno di Tomaso Buzzi per Venini, e Il bagno eseguito da Carlo Scarpa e Mario De Luigi. “Nel padiglione – spiega il curatore Marino Barovier – il vetro era di fatto protagonista. Veniva collocato in grandi vetrine a muro, intervallate dalla successione dei mosaici. La maggior parte delle opere muranesi era suddivisa per manifattura e dava conto del livello qualitativo della produzione e delle linee di ricerca portate avanti in fornace”.
Il grande fervore artistico degli anni del vetro alla Biennale

Complessivamente sono una sessantina le opere esposte a Le Stanze del Vetro. Provengono da musei nazionali, internazionali e da collezioni private. Testimoniano il grande fervore artistico che aveva caratterizzato quegli anni in ambito vetrario. Tanta creatività e sperimentazioni: sui materiali, sui colori, sulle tecniche che vengono rivisitate rispetto al passato. Le nuove lavorazioni portano a superare i vetri soffiati leggeri, presenti comunque in mostra, per dare vita a nuovi vetri opachi e molto colorati. E più avanti anche ad oggetti di vetro pesante e di grosso spessore, in molti casi ingentiliti e resi più preziosi da bollicine o da applicazioni in foglia d’oro.

La mostra vuole essere una testimonianza di quello che ha rappresentato in quegli anni il vetro artistico di Murano. Della sua importante presenza alla Biennale, ma anche di quanto fosse stretto il rapporto tra le vetrerie e gli artisti. Venini si avvalse della collaborazione di Carlo Scarpa. Barovier Seguso Ferro (poi Seguso Vetri d’Arte) collaborò con Flavio Poli. Salviati & C. si appoggiò al pittore Dino Martens che lavorò anche con la Successori Andrea Rioda e con la Aureliano Toso. E ancora, la Salviati ebbe tra i suoi collaboratori il pittore Mario De Luigi. Ercole Barovier firmò le proposte della storica vetreria Barovier.
Di tutto questo e molto altro parla il raffinato percorso espositivo. Un progetto che, come quello che l’ha preceduto lo scorso anno, non vuole essere solo una panoramica sullo straordinario passato del vetro di Murano. Ma anche una spinta, un pungolo, per riportare il vetro di Murano alla Biennale di Venezia.
La mostra è accompagnata da un ricco catalogo curato da Marino Barovier e Carla Sonego.




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