STORIA, ARTE E CULTURA

Il Doge di Venezia, ecco perché la Serenissima è durata 1100 anni

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Ancor prima della Magna Carta …

Molti dogi si limitarono a servire rigorosamente e fedelmente la Repubblica, altri tentarono di sovvertirla, altri ancora la resero via via sempre più grande. A garantire alla Serenissima ben 1100 anni di governo, contribuirono anche le limitazioni e i controlli imposti al vertice Capo di Stato della Repubblica di Venezia. La Venetiarum Respublica ebbe inizio nel 697 con l’elezione del primo doge Paoluccio Anafesto e vide l’epilogo nel 1797 con l’abdicazione di Lodovico Manin, il centoventesimo. Ma la figura dei dogi, per quanto celebri e potenti essi fossero, non rappresentava mai la persona stessa, ma la Serenissima.

I poteri del Doge

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Francesco Guardi – Palazzo Ducale

Essere doge significava non solo prestigio, magnificenza e sontuosità, ma soprattutto impegno, obblighi e limitazioni. Doveva ostentare la magnificenza di Venezia nelle cerimonie pubbliche e diplomatiche, sedere a capo della “Serenissima Signoria” e presiedere ai consigli della Repubblica. Comandava l’armata in tempo di guerra, ruolo che non gli venne mai limitato.

La prima legge costituzionale

Nel 1032 la Concio, ovvero l’assemblea generale a cui spettava l’elezione del doge, rifiutò l’elezione di Domenico Orseolo e bandì questa famiglia dal potere. Fu la prima legge costituzionale della Serenissima a proibire al doge di trasmettere il proprio potere per via ereditaria. Entrò in vigore quasi due secoli prima della Magna Carta (1215) ed avviò un irreversibile processo di limitazione e sottrazione di potere al doge, rendendolo sempre più prigioniero del proprio ruolo.

La promissione

Un’apposita magistratura straordinaria composta da cinque eletti, chiamata correttori della promissione ducale, aveva l’incarico di rivedere ed aggiornare la carta dei poteri del doge, specificandone poteri e privilegi. La più antica promissione è quella del 1192 di Enrico Dandolo.

Di seguito, alcuni degli impegni giurati dai dogi al momento del loro insediamento:

  • Non ricevere altri compensi oltre quelli spettanti.
  • Non ricevere doni.
  • Acquistare quote del debito pubblico al pari di ogni altro privato cittadino.
  • Provvedere di propria tasca al guardaroba ed all’arredo del proprio appartamento al Palazzo Ducale.
  • Trattenere al proprio servizio non più di venti servi, compresi i cuochi.
  • Pagare entro otto giorni quanto acquistato.
  • Non inviare personalmente lettere al pontefice, all’imperatore o ai re.
  • Non nominare di proprio arbitrio giudici e notai.
  • Non nominare nessun successore.
  • Rispettare la collegialità nella gestione del potere.
  • Concedere udienza tutti i venerdì a chiunque spettasse, senza favorire nessuno.

Ma la pro-mission del doge comprendeva molto altro, come ad esempio che l’elezione fosse a vita, con divieto di rinuncia alla carica. A far rispettare i numerosi obblighi previsti dalla legge, sei Consiglieri Ducali con mandato annuale condividevano con il doge ogni e qualsiasi atto politico, burocratico e di rappresentanza. Fu previsto un giuramento anche per le Dogaresse (le mogli dei dogi), le quali fra l’altro, si impegnavano a non ricevere doni che non fossero fiori e profumi.

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I ritratti di tutti i dogi si trovano nella Sala del Maggior Consiglio

Il capo della Chiesa

Con l’arrivo delle spoglie di San Marco, il doge divenne anche il capo della Chiesa. Tale giurisdizione era del tutto indipendente dalla stessa autorità papale, con poteri quasi di vescovo che venivano esercitati per i riti liturgici dal canonico Primicerio, suo delegato nelle cose spirituali.

L’elezione del Doge

Il metodo di elezione del doge era studiato per impedire brogli e corporativismi. Con delle apposite manine di legno si facevano più serie di estrazioni, togliendo da un’urna delle palline chiamate “balote”, contenenti i foglietti elettorali. Nel 1786 giunse a Venezia una delegazione composta da Thomas Moore, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson per apprendere le leggi della Serenissima, dalle quali presero spunto per scrivere la Costituzione Americana. Ancor oggi infatti, viene usato il termine “ballot box” per indicare l’urna elettorale e “ballot system” per il ballottaggio

Il ballottaggio

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Sistema di Elezione del Doge

Nel 1268 (o forse nel 1249) nacque un complesso sistema elettorale che serviva per portare il doge al potere, questo sistema rimase in vigore fino alla caduta della Serenissima. Si riunivano tutti i consiglieri del Maggior Consiglio dai quali venivano allontanati i minori di trent’anni. Il consigliere più giovane aveva l’incarico di prelevare dalla strada il primo ragazzino che passava e che avesse tra gli 8 e i 10 anni. Questo giovinetto, chiamato il “balotin”, avrebbe poi estratto le “balote” dalle urne elettorali. Una volta nominato il doge, rimaneva alla sua corte, pari ad un figlio. Alla morte Capo di Stato, il balotin veniva liquidato con un importante lascito in Ducati ed entrava a pieno diritto nella Cancelleria di Palazzo.

Venivano chiuse in un’urna tante “balote” quanto erano i consiglieri rimasti, ma solo in 30 di esse vi era un foglio di pergamena con su scritto “elector”. Il “balotin” estraeva le “balote” e le consegnava ai consiglieri. Chi trovava la pergamena diveniva un elettore. I consiglieri che risultavano essere della stessa famiglia o che avevano legame di sangue con gli altri eletti, venivano scartati e l’estrazione continuava fino al raggiungimento del numero prefissato.

E ancora…

Solo i trenta eletti rimanevano in sala. Nell’urna venivano riposte trenta “balote”, di cui solo nove contenevano il bigliettino riportante la scritta “elector”. I nove sorteggiati restavano soli in sala, dove con il voto favorevole di almeno 7 di loro, veniva indicato il nome di 40 consiglieri. Sempre con il sistema delle “balote” ed il foglietto, i 40 venivano ridotti a 12. Questi, con il voto favorevole di almeno 9 di loro, ne eleggevano altri 25. Dai 25 venivano sorteggiati 9 consiglieri. Con il voto favorevole di 7 di loro, i 9 ne eleggevano 45. Sempre con le “balote” ne venivano estratti 11. Gli 11, con il voto a favore di 9, ne nominavano i 41.

Questi 41 si raccoglievano in un apposito salone dove ciascuno gettava in un’urna un foglietto con un nome. Ne veniva estratto uno a sorte. Gli elettori potevano fare le loro eventuali obiezioni ed accuse nei confronti del prescelto. Questi veniva poi chiamato a rispondere e a fornire le eventuali giustificazioni. Dopo averlo ascoltato si procedeva ad una nuova votazione. Se il candidato otteneva il voto favorevole di almeno 25 elettori su 41, era proclamato doge. Se non si riuscivano ad ottenere questi voti si procedeva ad una nuova estrazione finché l’esito non risultava positivo.

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La scala dei Giganti a Palazzo Ducale

La proclama

Per sette secoli, con questa formula venne presentato il nuovo doge al popolo, la proclamava nella chiesa di San Marco il più anziano dei Quarantuno:

“Questo xe el vostro doge, se ve piase.”

Dopo la messa e la processione in piazza San Marco, avveniva l’incoronazione sulla Scala dei Giganti del Palazzo Ducale.

La Serenissima Signoria

Rappresentava la sovranità della Repubblica. Era composta dal doge, da sei consiglieri ducali eletti dal maggior consiglio. Inoltre dai Tre capi della quarantia, i giudici supremi.
La Signoria era considerata talmente importante da valere più dello stesso doge, tanto che per l’infausto annuncio si pronunciava:

 “Se è morto il Doge, non è morta la Signoria”.

La morte del Doge

All’annuncio ufficiale della morte del doge, il Consigliere Ducale più anziano di età, in qualità di vice-doge così rispondeva:

 “Con molto dispiacere avemo inteso la morte del Serenissimo Principe di tanta pietà e bontà,  però ne faremo un altro.”

Inquisizione del Doge morto

Dal XV secolo, tre patrizi venivano eletti dal Maggior Consiglio per formare gli Inquisitori sopra il morto. Si trattava di una magistratura incaricata ad indagare post-mortem sull’operato del doge. Constatavano la legittimità delle spese personali fatte e quella delle entrate percepite, in caso di irregolarità gli eredi sobbarcavano le conseguenze.

Aneddoti e curiosità

Francesco Morosini era molto legato ad una gattina, da cui non si separava mai e con cui si fece pure ritrarre. Quando la micetta morì, il Morosini la fece imbalsamare con un topolino tra le zampe, la possiamo vedere al Museo civico di Storia Naturale.

Francesco Foscari fu eletto 65esimo doge di Venezia nel 1423. Regnò per 34 anni, diventando così il governante più longevo della Repubblica.

I due Foscari” è un’opera teatrale di Lord Byron che servì come base per l’omonima opera di Giuseppe Verdi e che si ispira alle vicende del doge Francesco Foscari. Anche il figlio del doge non sfuggiva alla giustizia.

Marin Faliero, eletto nel 1345, fu il 55esimo doge veneziano. È ricordato per l’accusa di tradimento per la quale venne decapitato.

Leonardo Loredan, subì un’inchiesta post-mortem durata più di due anni. Gli eredi dovettero restituire 2700 ducati.

La Chiesa di S.Pietro di Castello fino al 1807 era la cattedrale di Venezia, dove risiedeva il Patriarca. Ogni qualvolta il doge si recava a visitare il patriarca, per evitare l’umiliazione di doversi incamminare fino alla soglia della Chiesa, o al Patriarca di attenderlo all’ormeggio della barca, fu trovata una soluzione per farli incontrare a metà strada. Ancora oggi una pietra bianca è incastonata sulla pavimentazione grigia, come simbolo del punto di incontro tra il potere religioso e quello politico.

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Il Doge e San Marco

Franco Corè

Autore: Franco Corè

Rimango spesso affascinato dall’atmosfera veneziana e mi chiedo il perché di tanta ed irresistibile attrazione. Mi immergo così con passione in ciò che riguarda la storia, i segreti e leggende della città di San Marco

Il Doge di Venezia, ecco perché la Serenissima è durata 1100 anni ultima modifica: 2018-11-21T12:19:42+00:00 da Franco Corè
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Il Doge di Venezia
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Per ben 1100 anni, molti dogi si limitarono a servire rigorosamente e fedelmente la Repubblica, altri tentarono di sovvertirla, altri ancora la resero via via sempre più grande. La Venetiarum Respublica ebbe inizio nel 697 con l’elezione del primo doge e vide l’epilogo nel 1797 con il centoventesimo. Ma, per quanto celebri e potente fossero, non rappresentavano mai la persona stessa, ma la Repubblica, gli avi e la spiritualità divina.

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