MITI E LEGGENDE

La giustizia a Venezia – Ecco cosa succedeva agli assassini

giustizia a venezia

La giustizia a Venezia era dura e implacabile. Al ponte dei Miracoli nel 1713 aveva bottega un “caregheta”, ovvero un fabbricante di sedie, che aveva come garzone un sedicenne bellunese, Antonio Codoni. Il ragazzo, una mattina, fu svegliato dalla serva più presto del solito, e per questo la ingiuriò con violenza. Fatto che gli costò una solenne bastonatura e il licenziamento. La vendetta sulla donna fu terribile. Introdottosi in casa mentre era sola, la uccise e ne rubò anche alcuni oggetti preziosi, assieme all’argenteria di casa.

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Le colonne di piazza San Marco

Giustizia tramite l’impiccagione a Venezia

Arrestato, fu condannato a morire tra le due colonne della Piazzetta, per impiccagione. Il 3 luglio 1713 il boia si stava dunque accingendo a preparare il cappio, quando alcuni gondolieri del vicino stazio gli fecero notare che – secondo loro – il laccio era troppo lungo. L’uomo non si scompose. Rispose villanamente che, quando sarebbe stato il loro turno di pendere da un capestro, li avrebbe accontentati sulla lunghezza della corda. Che, però, alla fine si rivelò lunga davvero, al punto che il giovane ebbe una morte lunga e stentata.

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La morte per impiccagione poteva essere terribile

Se il popolo si ribella

I traghettatori, imbestialiti, salirono sul capestro e aggredirono il boia. Ne nacque un tumulto tale che “molta gente andò in acqua, fu persa molta roba, e stroppiate (storpiate) molte persone nel cadere a terra una sopra l’altra, e molti ne morì affogati, che fu veramente una gran strage di popolo”. Non fu questo l’unico caso nel quale – anche se ufficialmente giustizia sarebbe stata fatta – i veneziani gradirono le sofferenze altrui nel corso dell’esecuzione delle sentenze.

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La Torre dell’Orologio

Un modo atroce di fare giustizia a Venezia

Tre anni prima, condannato a subire l’estremo supplizio in Piazzetta, il primo febbraio 1710, Giovan Battista Pianella saoner. Era colpevole di duplice omicidio e di furto. Ci arrivò con tutte e due le mani tagliate e appese al collo, dopo essere stato attanagliato cinque volte e trascinato a coda di cavallo. Si racconta che i veneziani, impietositi da un supplizio così tremendo, abbiano gettato materassi, cuscini e altri oggetti morbidi sulle vie dove l’uomo stava passando. In relazione alla presenza del palco per le esecuzioni tra le due colonne della Piazzetta, si può citare un’antica minaccia tipicamente veneziana: “ti vedarà che ora che xe!”. Ovvero “vedrai che ora è”, in riferimento al fatto che l’ultima visione del condannato a morte era l’orologio della piazza, giusto in linea col luogo dell’esecuzione.

Alberto Toso Fei

Autore: Alberto Toso Fei

Alberto Toso Fei discende da una antica famiglia di vetrai di Murano. Esperto di storia segreta e di mistero, recupera nei suoi libri il patrimonio della tradizione orale per riportare il fascino delle storie perdute nei loro luoghi, sperimentando l’incontro tra le antiche leggende e le nuove tecnologie. Tradotto in più lingue, pubblica con Marsilio, Newton Compton e altri. www.albertotosofei.it

La giustizia a Venezia – Ecco cosa succedeva agli assassini ultima modifica: 2019-06-11T11:12:47+02:00 da Alberto Toso Fei

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