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INTERVISTE PERSONAGGI

Cathia Vigato, uno sguardo al di là della banalità del quotidiano

Vigato Apple

Originale fin dal nome, quel con l’acca in mezzo che già incuriosisce. Se poi si ha l’opportunità di conoscere di persona Cathia Vigato, magari in una delle molte iniziative che la vedono impegnata, se ne può percepire subito la propensione ad una singolare e profonda attenzione verso gli altri. Nata in campagna, come lei stessa tiene a precisare, a Scorzè, quando aveva 5 anni la famiglia si è trasferita a Mestre. Studiosa lo è sempre stata, diplomata in ragioneria, poi a 40 anni e mentre lavorava, si è laureata in Sociologia a Urbino. Di recente è laureata anche in Scienze Politiche a Roma. Lavora nel pubblico, nell’Agenzia delle Entrate. Da molti anni è nota in città per essere attivista e punto di riferimento dell’Uaar.

Da sociologa come valuti la situazione creatasi con il virus e che ripercussioni avrà nel nostro modo di pensare vivere?

 La situazione sociale che si è creata a seguito del virus è degna di grande attenzione. Questo perché l’insicurezza personale in termini di salute, che ognuno di noi penso abbia interiorizzato in tutta fretta, si è tramutata velocemente in richiesta di sicurezza e di regole speciali, anche come sospensione di libertà personali per un maggiore interesse comune. Insomma, lo Stato è stato chiamato a fare la sua parte.
La speranza è che questa richiesta sociale non venga cavalcata in senso negativo, in favore dei più forti e a sfavore dei più deboli, e sto pensando agli interessi delle grandi case farmaceutiche. Ma anche alla diminuzione di tutele e diritti per i lavoratori. Inoltre c’è l’aspetto della paura dell’altro, siamo tutti inconsapevoli untori,  della distanza tra le persone, della difficile collaborazione tra gli Stati, che non prelude  a nulla di buono in termini politici.

Cathia Vigato durante una conferenza
Al tavolo dei relatori durante un convegno (foto Uaar)

Mi aspetto che gli intellettuali, i politici più accorti, i media, sappiano mitigare quello che sarà, il dopo virus, e cioè un periodo di grandi tensioni sociali, culturali e economiche. Volendo trovarci un aspetto positivo, dal mio punto di vista, con l’emergenza virus, con il caso e la necessità (il titolo di un grande libro di Jaques Monod) ho notato la forte prevalenza della scienza sulla fede religiosa, la richiesta di certezza contro l’inconoscibile. 

Definisci cosa intendi per ateismo ed agnosticismo e come vengono vissuti oggi nel nostro paese?

Beh, è semplice. Essere atei significa essersi resi conto che un dio non esiste e che si può vivere bene anche senza. Come dice Vasco, un Senso non c’è, c’è però la nostra vita che possiamo riempire di tanti contenuti di senso validi, pratici, corroboranti, solidali. Gli agnostici sono coloro che vivono come gli atei, ma che filosoficamente non negano un assoluto, perché sarebbe come dargli una qualche valenza, come in un’equazione. Poi ci sono gli agnostici tra i credenti, e sono tantissimi. Essi dubitano un po’ di tutte le storie religiose, ma non si schierano per non perdere il loro posto nel gruppo dominante.
Nel nostro Paese atei e agnostici vivono bene, meglio dei credenti, perché generalmente sono più fiduciosi e operosi nella vita e hanno meno paura della morte, ma si sentono sopraffatti dalle tradizioni religiose praticate pubblicamente dagli altri come se fossero di tutti. Gli atei e gli agnostici  soffrono soprattutto di far parte  di uno Stato non pienamente laico che indirizza molto denaro all’irrazionale religione, di fatto alimentandola nella società.

Puoi raccontare le iniziative realizzate dall’Uaar di Venezia a cui tieni di più e cosa ti piacerebbe poter contribuire a realizzare?

 L’Uaar di Venezia programma e realizza le iniziative più disparate, si va dai conti in tasca al Vaticano, per capire quanto sborsa il nostro Stato in favore della chiesa, a petizioni contro il Concordato o in favore dell’eutanasia. Realizziamo eventi contro le discriminazioni religiose, sessuali, in favore dell’autodeterminazione  e della libertà delle donne. Infine incontri culturali su scienza, film, libri, musicisti.
L’importante è aprire la mente delle persone ad aspetti diversi del mondo, per cercare di far  riflettere quanto si impoverisce la dimensione umana con  una visione univoca, dittatoriale e divina,  basata sulla non conoscenza, cioè sulla fede.
Per il futuro mi piacerebbe che Uaar, con le sue iniziative, potesse entrare nelle scuole, cioè che il nome atei non facesse più paura a nessuno, e che i dirigenti scolastici ci accogliessero così come fanno  per altre associazioni. Un po’ lo facciamo già  con il Darwin Day dedicato ai licei veneziani, ma avremmo molto altro da proporre per un confronto. Sempre senza imporre niente a nessuno, in termini scientifici e di riflessione sulla realtà concreta e sulle  libertà personali. Sì, perché essere atei significa essere anche liberi, ed è un discorso interessante per le giovani menti. 

Ti diletti anche con la scrittura, hai realizzato un paio di libri di racconti autobiografici, l’ultimo uscito l’anno scorso, ce ne parli? 

Dici giusto, mi diletto, non sono una scrittrice. Però mi è sempre piaciuto scrivere, fin da bambina e così, quando ho potuto, ho frequentato un paio di  corsi di scrittura creativa. Arrivata a 50 anni nel 2008 mi sono detta: perché per il mio fatidico compleanno non raccogliere quanto scritto e produrre qualche altra cosa, fino a 50 pezzi, per un libretto autoprodotto intitolato Cinquanta, da dedicare ai familiari, alle mie amiche e ai miei amici? E così ho fatto, poi più tardi mi hanno copiato con Cinquanta sfumature di grigio. E poi l’ho rifatto quanto ho compiuto sessant’anni con Sessanta pagine. Non sono libri in vendita, ne vado fiera, anche se quando mi rileggo mi viene tanto da sorridere e trovo ancora parecchi strafalcioni. Ho anche una storia nel cassetto per quando sarò in pensione. 

Cathia Vigato -  copertina del Libro
La copertina del secondo libro di racconti di Cathia Vigato

Come osservatrice dei cambiamenti del territorio, in che maniera Cathia Vigato giudica la metamorfosi in atto nella terraferma?

Mah, più che metamorfosi la chiamerei agonia. Quel che è stato fatto di riqualificazione in questi ultimi anni ha una forte impronta di cemento. Secondo me, dato che il tessuto sociale di una Mestre dormitorio, ma viva, si stava sfaldando dopo la chiusura di numerose fabbriche di Marghera, c’era da investire in luoghi di aggregazione sociale, come piazze e giardini, dando fiato al piccolo commercio. Invece sono andati su i centri commerciali.
Oggi, se si vuole fare una passeggiata in sicurezza e vedere negozi, si va in questi “mall” molto provinciali che vendono prodotti standardizzati e poco qualificati, che annichiliscono i rapporti umani con commesse e commessi, spesso belli da vedere, ma molto scontenti. In centro manca il verde, anche piazza Ferretto è bella, ma arida.

Cathia Vigato - Mura Belfredo
Le antiche mura dei giardini di via Torre Belfredo (foto Luca Fincato)

C’era una buona occasione con la dismissione del vecchio ospedale per dare un polmone alla città con alberi, viali, fiori, e anche padiglioni storici recuperati per i giochi dei bimbi, la musica degli adolescenti, per gli anziani, per mostre e mercato, ma i nostri politici, vecchi e nuovi, non hanno saputo coglierla.
L’M9 è un luogo troppo chiuso in una città con oramai pochi stimoli culturali e associazioni allo sbando per mancanza di spazi pubblici. Chissà se il virus metterà qualcosa in discussione, magari il raddoppio dell’aeroporto, ma tanto hanno già tagliato alberi secolari per un pugno di parcheggi. Sigh!

Cathia Vigato, uno sguardo al di là della banalità del quotidiano ultima modifica: 2020-04-23T11:29:00+02:00 da Gigi Fincato
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