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Nicolotti e Castellani, quattro secoli di lotta e baruffe

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I popolani di Venezia furono sempre divisi in due fazioni rivali e in lotta. Quelli di Castello, San Marco, Dorsoduro e Giudecca, ossia i “Castellani” e quelli di Santa Croce, San Polo, Cannaregio con gli alleati Muranesi (o Gnatti), chiamati i “Canaruoli”. Nel 1310 le contrade di Dorsoduro, San Nicolò dei Mendicoli, l’Anzelo Rafaele, San Basilo, Santa Margherita e San Pantalon si rifiutarono di pagare le decime sui morti al vescovo castellano. Fu così che il prelato decise di recarsi di persona per la riscossione, ma fu ucciso al “Malcanton”. Queste contrade furono scomunicate e gli abitanti abbandonarono i Castellani per unirsi ai Canaruoli.

I Canaruoli erano perlopiù pescatori e traghettatori di merci. I Castellani invece erano in maggioranza operai dell’Arsenale. La rivalità tra le due fazioni ha radici molto remote, affondate ancora prima dei loro insediamenti a Venezia. La lotta veniva appositamente fomentata per un duplice scopo. Mantenere il popolo sempre pronto al combattimento e contare sulla fedeltà di una delle due fazioni in caso di congiura.

La cruenta lotta del 31 ottobre 1548 tenutasi sul ponte di San Barnaba, segnò ulteriormente le rivalità. Le due fazioni che pretendevano di cambiare il nome dei rivali, per risolvere questo bizzarro problema giunsero ad una nuova “guerra”. Ebbero la meglio i Castellani che non divennero Bragolani, mentre i perdenti Canaruoli mutarono in Nicolotti.

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I sestieri di Venezia

IL GIOCO DELLA GUERRA

Castellani e Nicolotti si affrontavano di sovente in alcuni tipi di guerra che si tenevano sui ponti allora senza parapetto. La guerra consisteva nel far sanguinare (romper el mustacio) o nel far cadere gli avversari nel rio sottostante. I Castellani (i gamberi rossi) si riconoscevano dalle fasce alla vita ed il berretto di color rosso. I Nicolotti (le ombre) erano in nero.

Durante le prime guerre si utilizzavano delle canne a doppia punta con le quali circa 600 contendenti si bastonavano per ore. Rimosse queste armi per la loro pericolosità, si passò ai meno letali pugni. Nel 1292 vennero regolamentate le guerre, che potevano essere di tre tipi. La Mostra, dove combattevano i soli campioni delle due fazioni. La Frota, dopo la Mostra. Qui la folla con furia si fronteggiava con pugni, calci, bastoni, pietre e spesso anche coltelli. La Guerra Ordinata. In questo caso la folla spingeva senza violenza gli avversari verso la sponda opposta.

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La Mostra

DUE FAZIONI IN LOTTA

Il 30 settembre del 1705 durante una sanguinosa guerra sul ponte dei Pugni, si sviluppò un incendio nel lì vicino monastero. Per fermare il combattimento ed attirare l’attenzione della gente, il prete dovette passare in mezzo alla folla con il crocifisso alzato. Nel 1705 dopo 413 anni, il Consiglio dei Dieci abolì le guerre e le sostituì con la Moresca. Si trattava di una specie di scherma con sbarre di ferro e con le Forze d’Ercole (piramidi umane). Il doge di Venezia e quello dei Nicolotti si godevano le manifestazioni dal poggio del Palazzo Ducale.

Di fronte al vessillo marciano, veniva però a meno lo spirito di appartenenza e tutti combattevano uniti per Venezia e per San Marco. Una mattina di febbraio del 1848, sui gradini dell’altare della Madonna della Salute furono trovate annodate assieme una sciarpa rossa castellana ed una nera nicolotta. Il 22 marzo successivo scoppiava la strenua resistenza che Venezia oppose all’assedio austriaco.

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Il ponte dei Pugni

I DUE DOGI

I quartieri di San Nicolò e quello di Olivolo del sestiere Castello erano governati da Tribuni. Con il tempo quello di Olivolo fu sostituito dal doge di Venezia. Quello di San Nicolò divenne invece gastaldo del doge ed in seguito doge dei Nicolotti. Il doge dei Nicolotti, il giorno dopo l’elezione veniva accolto in gran pompa al Palazzo Ducale. Dopo i festeggiamenti tornava a vivere e a lavorare come prima in mezzo agli altri pescatori. L’ultimo doge dei Nicolotti fu Vincenzo Dabalà, chiamato Manestra. Morì nel 1830 e sopravvisse a Ludovico Manin, l’ultimo doge della Serenissima.

Franco Corè

Autore: Franco Corè

Rimango spesso affascinato dall’atmosfera veneziana e mi chiedo il perché di tanta ed irresistibile attrazione. Mi immergo così con passione in ciò che riguarda la storia, i segreti e leggende della città di San Marco

Nicolotti e Castellani, quattro secoli di lotta e baruffe ultima modifica: 2017-03-25T09:45:35+00:00 da Franco Corè

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