INTERVISTE

Alessandro Tiberini, un “Vovo” per il professore

Alessandro Tiberini

Veneziano d’adozione da una vita, ora si gode la pensione nella città dei Tempesta, a Noale. Una vita, quella di Alessandro Tiberini, di oltre tre quarti di secolo, passata in buona parte fra insegnamento e scrittura. Fra le sue pubblicazioni il saggio Appunti freudiani, gli aforismi di Zibaldone ma non troppo,i racconti di Il mio amore è un oleandro ed il romanzo Biografia di un cronista di paese. Gli è stato appena consegnato a Gorizia il premio el vovo de Venexia, riconoscimento al suo sincero e profondo impegno intellettuale.

Oggi si ha la sensazione che a fronte di un sempre minor numero di lettori o almeno di acquirenti di libri, ci siano sempre più scrittori o aspiranti tali. Per lei, che si è cimentato con racconti, romanzi e saggi, cosa rappresenta la scrittura?

Non so, non mi raccapezzo. Un mio cugino scrittore dice che io non scrivo storie. Storie vuol dire storie nel senso classico, che esistono per tutto il corso delle quattrocento pagine, minimo duecento. Poi si possono intrecciare osservazioni, riflessioni e quel che viene in mente all’autore, ma nel fondo deve esserci sempre la storia. Penso che lui si riferisca, chessò, a Pastorale americana di Philip Roth (450 pagine) o a Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber (1100 pagine). Libri che hanno venduto milioni di copie. E da me, gli autori, invidiati da morire. Non so se sono, però, libri letti veramente. Da molte donne certamente sì.

alessandro tiberini

L’autore Alessandro Tiberini

Da molti giovani non so. Sento che parecchi giovani leggono, magari non cartacei, sui tablet (si dice così?). Loro pensano che le mie osservazioni filosofiche siano “mattoni”, ma non ho ben capito che cos’è per loro leggibile. La verità è che son vecchio e che c’è un conflitto generazionale, non come una volta, perché le generazioni si sono accorciare parecchio. Per quanto mi riguarda mi metto di buzzo buono a leggere, ma oltre le 50 pagine non vado. Preferisco Guerra e pace. Per me la scrittura rappresenta un insegnare qualcosa. Cosa da cui uno scrittore vero rifugge come dalla peste.

Venezia, oggi, dopo secoli, ancora al centro delle attenzioni del mondo; tutti temiamo per la sua fragilità e ciascuno ha una ricetta per salvarla. Lei come vede il presente ed il futuro della città di Goldoni?

Ho abitato per molto tempo a Venezia. Gente anche economicamente molto diversa se ne stava nei “bacari” insieme a chiacchierare. Magari erano soliloqui più che colloqui, ma era piacevole. Poi si camminava soltanto e la città era a misura di uomo. Da piazzale Roma a S. Elena ci volevano una ventina di minuti. Si preferiva andare nei luoghi più segreti pieni di meraviglie. Ma, anche, andando in vaporetto lungo Canal Grande si ammirava, come il turista, la luce rosata di facciate la cui immagine giocava con l’acqua. E non si vedeva che la bellezza era come vista da un impressionista: la facciata era bella, ma il “di dietro” crollava. E sì, di eterno – diceva il poeta – c’era soltanto l’acqua.

Ecco, i veneziani, quelli veri, erano ammirati da quello che avevano fatto i padri, qualcosa di irripetibile, ma, se proprio si affondava, tanto valeva affondare anche tutti i rimasti. Il professor Cacciari, quando era sindaco, non ci credeva a questa fine. Ora non si torna più a Venezia, in cui non si cammina più nelle calli affollate e i bacari non ci sono più.

Alessandro Tiberini

Ognuno leggerà e studierà soltanto quel che gli interesserà

Una vita passata come docente, insegnando alle medie, alle superiori ed all’università di Ca’Foscari; com’è vedere la scuola dal di fuori, in un momento di cambiamento culturale così epocale come quello che stiamo vivendo?

Non riesco proprio a immaginare che cosa si faccia e come si viva nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. Quel che ricordo è che l’insegnante bravo era uno che, se non studiavi, gli facevi un dispiacere, e, qualunque cosa insegnava, faceva sentire all’allievo che stava parlando di lui. C’è ancora un insegnante così? Oggi – mi pare- c’è la tendenza a tornare ai licei classici. Fuori da ogni logica per trovare un lavoro. Per quel che mi ricordo il latino, il greco, erano lingue morte e non servivano a altro che a mostrare il proprio fascino culturale ai pochi che studiavano. Però si stava ore e ore a studiare. Migliaia di pagine che poi si dimenticano, perché ognuno leggerà e studierà soltanto quel che gli interesserà. Però, appunto, imparava che in qualsiasi lavoro o occupazione ci voleva una concentrazione “lunga”. Che non mi pare ci sia, oggi.

Cosa sta leggendo e a cosa sta lavorando come scrittura in questo periodo?

Tento, come ho detto, di leggere gli autori che vendono molto, perché ogni autore è “narciso”. Ma vendo poco e sono molto ammirato soltanto quando presento il mio ultimo libro. Poi tutto passa nel “non cale”. Non so neanche quanto rimane nei miei allievi, che son quelli che, ovviamente, più mi amano. Ma mi pare evidente che, appunto, non sono un narratore vero. Rimango un professore dalle sterminate letture. Con una grande cultura, che sarebbe quel che rimane in noi quando abbiamo dimenticato tutto. E non mi riesce di sconfessare me stesso. E continuo a scrivere, soprattutto con le mie riflessioni filosofiche e di filosofia politica. Certo, tutti mi riconoscono che ho acquisito un mio stile di scrittura.

Gigi Fincato

Autore: Gigi Fincato

Veneziano, giornalista professionista e dj. Ha lavorato per anni nell’emittenza radio-televisiva locale, come speaker a radio Venezia ed a radio Base Popolare Network, e come redattore della tv Antenna Tre di Treviso e del quotidiano Il Gazzettino di Venezia. Collabora per la formazione alla scuola Buzzati dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto.

Alessandro Tiberini, un “Vovo” per il professore ultima modifica: 2018-10-10T12:12:05+00:00 da Gigi Fincato

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